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venerdì 18 luglio 2025

La difesa degli stati baltici (2). La situazione attuale

 

Parte seconda: le iniziative aeronavali e di difesa statica

Parte prima qui



3. Baltic Air Policing

Un secondo apporto NATO alla sicurezza dei paesi baltici è rappresentato dalla Baltic Air Policing (BAP), una missione di sicurezza aerea multinazionale volta a garantire il pattugliamento e la difesa dei cieli di Estonia, Lettonia e Lituania, che non dispongono di una adeguata forza aerea da caccia. La missione, iniziata il 30 marzo 2004, vedevano una limitata presenza dil 4 aerei NATO a rotazione semestrale, basati all'aeroporto lituano di Šiauliai, poi passati a 8÷12 dal 2014, con coinvolgimento della base estone di Ämari e di quella lettone di Lielvarde (dal 2024), quest'ultima utilizzata prevalentemente dai Typhoon tedeschi. 

L'Italia è tra i paesi regolarmente contributori della BAP, unitamente a Spagna, Italia, Olanda, Regno Unito, Francia, Belgio, Norvegia, Danimarca, Stati Uniti, Polonia, Turchia, Romania, Portogallo, Repubblica Ceca, Canada e Ungheria, che nell'arco di oltre 20 anni di missione, hanno intercettato migliaia di velivoli, civili e militari, sorpresi a violare pee errore o per scelta, lo spazio aereo baltico: in maggioranza voli russi col trasponder spento, agganciati e poi scortati in zona di sicurezza. In alcuni casi, il comportamento dei banditi non è stato né professionale né tantomeno amichevole, bensì ascrivibile alla categoria delle provocazioni, con manovre di volo al limite del rischio da parte dei piloti russi, come documentato da questo articolo sulle provocazioni russe nell'area del Baltico: 1992-2013 e 2014-2025

Non a caso nel 2024 è anche aumentata la media delle intercettazioni scramble, tanto da indurre il comando NATO a valutare un piano di aumento delle nazioni contribuenti alla BAP e relativo incremento delle rotazioni al fine di ridurre i carichi di lavoro sui team schierati.

Allo stato attuale la missione BAP coinvolge fino fino a circa 200 uomini tra piloti, tecnici e personale di supporto, collegati a 12 velivoli, tra cui caccia avanzati come F35, Typhoon e Rafale armati tuttavia, per ragioni politiche, di soli missili da intercettazione (AMRAAM e Sidewinder) che ne precludono l'utilizzo in operazioni d'attacco.

Come nel caso della missione EFP, anche per la BAP la NATO ha in corso piani di espansione ed integrazione con altre iniziative di sicurezza in corso nell'area. In particolare è in corso di valutazione la possibilità di schierare in forma permanente sistemi di difesa aerea a lungo raggio come i Patriot, integrandoli con i caccia quale difesa da droni e missili. Dispiegamenti a rotazione di sistemi Patriot in Lituania sono già avvenute in passato, come nel caso di una batteria olandese nel luglio 2024.

Analogamente, sono in elaborazione le procedure di integrazione con il sistema AD NASAMS-3 recentemente acquisito dalla Lituania, con consegne da completarsi entro il 2028. È stata anche prevista la completa integrazione della BAP con la nuova missione NATO Baltic Sentry, inaugurata nel 2025.

Patch della Baltic Air Policing 2009, in questo caso del contingente ceco



4. Baltic Sentry

Si tratta di una nuova missione navale NATO ufficialmente lanciata il 14 gennaio 2025, durante il summit dell'Alleanza di Helsinki, in risposta a una serie di sospetti sabotaggi alle infrastrutture sottomarine nel Mar Baltico, in particolare con danneggiamento di cavi energetici e di telecomunicazione tra Finlandia ed Estonia il 25 dicembre 2024.

Pianificata inizialmente su una durata di 90 giorni, Baltic Sentry risulta tutt'ora in corso con probabilità di diventare una missione permanente, o quantomeno finché sussistono le cause che l'avevano attivata. Nel suo genere è analoga all'Operazione Nordic Warden della Joint Expeditionary Force (si veda oltre), a sua volta lanciata il 7 gennaio 2025 con giurisdizione sopra il Mare del Nord, la Manica ed il Kattegat.

Tecnicamente, Baltic Sentry è coordinata dal Comando delle Operazioni Alleate (Allied Command Operations, ACO) di Mons sotto l’autorità del Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR), Generale USA Christopher Cavoli. Il Comando Marittimo Alleato (MARCOM) di Northwood (UK) sovrintende la missione nelle sue linee generali, mentre il Comando Task Force Baltic (CTF Baltic), con sede a Rostock, in Germania, ne coordina le attività nella regione baltica.

Sebbene il focus principale della missione siano le acque di superficie e sottomarine del Baltico, Baltic Sentry è in effetti una operazione multidominio, che comprende anche le dimensioni terrestre, aeronautica, spaziale e cyberspaziale, attraverso l'utilizzo di navi, droni, satelliti, aeromobili oltre a tecnologie avanzate per il monitoraggio delle infrastrutture sottomarine.

Focalizzata sul Baltico, la missione coinvolge risorse aeronavali variabili degli otto paesi rivieraschi NATO (Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia e Svezia), ma anche di altri membri dell'Alleanza che hanno avuto occasione di prendervi parte in questi mesi con propri assetti specializzati (Francia, Paesi Bassi, UK e USA). Particolarmente importante l'apporto svedese, composto da tre navi ed un aereo pattuglia.

Basicamente le unità navali partecipanti a Baltic Sentry provengono dalle risorse nazionali degli stati rivieraschi nonché a rotazione da due principali gruppi navali NATO permanenti, vale a dire:

▪️Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG-1). Forza di risposta rapida d'altura con sede a Northwood e giurisdizione sopra il Nord Atlantico ed il Mare del Nord. Include la fregata olandese Tromp, distaccata nel Baltico, ovvero altre navi per missioni a rotazione.

▪️Standing NATO Mine Countermeasures Group 1 (SNMCMG-1). Forza di risposta rapida per contromisure di mine, con giurisdizione sopra il Nord Atlantico ed il Mare del Nord. Include il cacciamine tedesco Datteln e la nave idrografica olandese Luymes, specializzate in guerra sottomarina e sorveglianza del fondale marino, ambedue attualmente distaccate nel Baltico.

Complessivamente Baltic Sentry dispone di una decina di assetti navali variabili, che operano in sinergia con il NMCSCUI o NATO Maritime Centre for Security of Critical Underwater Infrastructure di Northwood, UK, vale a dire una entità NATO istituita nel maggio 2024 allo scopo di monitorare e mappare anche in collaborazione con il settore privato, le migliaia di km di infrastrutture strategiche sottomarine raccogliendo dati e contrastando ogni possibile forma di sabotaggio ed aggressione, comprese le minacce ibride. Rientrano in questo ambito le manovre non ortodosse di navigazione, come il trascinamento di ancore sul fondale oppure la sosta prolungata in prossimità di cavi IT o altro, come nel caso del cargo cinese Yi Peng 3, trattenuta per oltre un mese dalle autorità danesi per sospetto danneggiamento intenzionale di cavi sottomarini nel Baltico il 17 e 18/11/24.

La protezione delle infrastrutture sottomarine è infatti la missione principale di Baltic Sentry: si pensi all'importanza dei cavi elettrici dei gasdotti ed oleodotti e delle piattaforme eoliche offshore, per non parlare della parte baltica degli oltre 1,3 milioni di chilometri di cavi sottomarini, che su scala globale trasportano il 95% del traffico internet e supportano transazioni finanziarie per circa 10 trilioni di dollari al giorno. 

Oltre a ciò Baltic Sentry contribuisce a contrastare la Flotta Ombra russa, tracciando rotte, effettuando ispezioni ed eventualmente ponendo sotto sequestro le navi sospettate di violazione delle sanzioni, come nel caso della petroliera Eagle S. di cui avevo parlato qui.

Oramai in corso da oltre sei mesi, Baltic Sentry rappresenta uno sviluppo positivo della postura NATO sulla questione sicurezza delle acque baltiche, sia in termini di assertività che di reattività: infatti, dopo i diversi incidenti avvenuti nel novembre/dicembre 2024 non sono stati più rilevati danneggiamenti alle infrastrutture subacquee da dopo l'attivazione di Baltic Sentry: il che lascia intuire una efficacia della missione in termini di deterrenza.

Tuttavia, la ridotta disponibilità di naviglio assegnato alla missione, la vastità dell'area e la complessità del lavoro rappresentano altrettanti limiti, ai quali va aggiunto il fatto di dover dipendere per una parte degli assetti, da comandi NATO fuori-area già oberati di impegni: ragione per la quale sarebbe opportuno pensare all'attivazione di un nuovo gruppo navale SNMG-3 competente sul Baltico, così da lasciare i gruppi SNMG-1 ed SNMG-2 liberi di concentrarsi su Nord Atlantico e Mediterraneo rispettivamente. Prospettive di certo impegnative, a fronte però di una posta in gioco di altissimo valore.


5. Baltic Defence Line. Dal primo miglio

Per decenni sono state considerate un retaggio obsoleto del passato, una reliquia di un modo di concepire la guerra irrimediabilmente superato dalla potenza e precisione dei mezzi moderni e dalle dottrine tattiche di impiego dei medesimi, pienamente integrati gli uni nelle altre entro una sfera multidominio tale da garantire ai comandi una completa situational awareness in tempo pressoché reale nella gestione del campo di battaglia. 

L'esperienza della guerra in Ucraina ha tuttavia dimostrato come le fortificazioni campali siano tornate ad essere un elemento chiave della strategia difensiva ucraina (ed anche di quella russa nell'estate 2023) in particolare quando integrate in un sistema tattico completo comprendente artiglieria, droni, sensori, radar, difese passive, contro-mobilità e difesa antiaerea: il tutto coordinato da un efficace sistema C5 di comando e controllo.

Quindi non più solo avamposti frangiflutti, bunker e linee di trincee facilmente saturabili da un nemico in possesso di risorse numeriche superiori, nonché aggirabili con la manovra aggressiva, ma un sistema integrato capace di frapporre ostacoli crescenti e coordinati alle percussioni dell'avversario fino a costringerlo a perdere il momentum già dal primo miglio della linea di partenza o poco oltre. In altre parole, l'idea di base è quella di ridurre al minimo le possibilità di manovra del nemico canalizzandolo e quindi colpendolo entro apposite killing zones: che tradotto significa modellare il campo di battaglia a vantaggio del difensore, evitando che sia l'attaccante a scegliere il dove e come colpire secondo il principio del "rallentare", "reindirizzare, "esporre". Non quindi un semplice ritorno all'antico come una vecchia e statica Maginot, ma un rinnovamento dell'antico in base ai canoni iperdinamici della guerra moderna.


È il principio che pare essere stato adottato da paesi baltici e Polonia nell'edificazione della cosiddetta Baltic Defence Line (BDL), vale a dire una linea difensiva a ridosso del confine russo estesa da Narva a Brest-Litovsk, che ciascuno dei quattro paesi ha intrapreso lungo il proprio confine orientale con l'intento poi dare continuità ai singoli spezzoni nazionali. Non pare un caso, quindi, che quegli stessi paesi siano usciti dal Trattato di Ottawa sulle mine antiuomo che presumibilmente diventeranno parte della linea difensiva.

Il progetto di dare vita ad una linea difensiva baltica, da Narva a Suwalki venne annunciato il 19 gennaio 2024 dopo un summit tra i ministri della difesa dei tre paesi baltici, con inizio lavori previsto per maggio 2024 in Lettonia, fine estate 2024 Lituania e giugno 2025 in Estonia, con uno sviluppo di quasi 1.000 km e 600 bunker, da raccordarsi poi con l'analoga iniziativa avviata nel maggio 2024 dalla Polonia lungo il confine con la Bielorussia: il tutto per uno sviluppo complessivo di quasi 1.400 km.

L'annuncio dell'edificazione della linea difensiva arriva in coerenza con la decisione NATO, annunciata nel 2022 ma fattivamente implementata nel 2024, di espansione a brigata dei battaglione EFP baltici, a conferma dell'urgenza e delle preoccupazioni dell'Alleanza relativamente al proprio fianco nord-orientale. Da sottolineare poi come i tre paesi baltici stiano lavorando per ridurre altre due potenziali vulnerabilità: 

▪️la prima è la disconnessione dalla rete elettrica russa e la conseguente integrazione con quella europea avvenuta l'8 febbraio 2025, che elimina i possibili ricatti energetici russi e relativi blackout che Mosca avrebbe certamente provocato in caso di conflitto.

▪️La seconda e il progressivo abbandono, sulla rete ferroviaria, dello scartamento largo russo in favore di quello ridotto europeo, che si prevede venga completato nel 2030. Un'opera di ingegneria civile denominata Rail Baltica, ma che avrà ricadute anche sulla mobilità militare, in quanto faciliterà da un lato i collegamenti con gli altri paesi NATO/UE e dall'altro renderà difficoltosi quelli diretti con Russia e Bielorussia, compreso l'utilizzo delle ferrovie durante una invasione, tra cui l'importante tratta Minsk-Riga.


▪️ESTONIA

Orograficamente l'Estonia è avvantaggiata dal possedere un confine con la Russia segnato dai laghi Peipus e Pikhva e dal fiume Narva, ovvero ostacoli naturali che complicano i piani di un invasore: in pratica sono considerati vulnerabili 210 km dei circa 270 km di confine comune. Pertanto in Estonia i lavori appaiono concentrati nell'angolo sud-orientale della paese, a sud del Peipus, con lo scavo dei primi tratti di fossato anticarro, cui seguiranno bunker, depositi ed infrastrutture, oltre ad una nuova base militare a Narva: città considerata un altro degli obiettivi prioritari di una eventuale invasione russa. Le strutture fisse è previsto vengano poi implementate da quelle posizionabili alle prime avvisaglie di un conflitto, quali campi minati, denti di drago ed altri ostacoli alla mobilità, il cui posizionamento è la parte secretata dell'intero progetto. La difesa del confine, già dal primo miglio, è pensata per essere supportata da adeguato apporto di fuoco indiretto: rientra in quest'ottica l'acquisizione da parte dell'esercito estone di sistemi Himars dagli USA.

Non direttamente parte della BDL, ma comunque collegato al rafforzamento dei confini nazionali, è il progetto della Guardia di Frontiera estone di affidare a droni armati navali il pattugliamento del fiume Narva e delle acque del Peipus: un progetto start-up a doppia valenza civile e militare, anche di risposta all'aumentata attività ed aggressività della Guardia di Frontiera FSB russa sulle sponde opposte delle medesime acque.


▪️LETTONIA

 La Lettonia condivide un confine di 387 km con Russia e Bielorussia, segnato dai numerose strade che facilitano il traffico transfrontaliero, senza caratteristiche orografiche degne di nota in grado di rallentare una eventuale invasione. Perdipiù, l'area della BDL sorge in una regione, la Letgallia, a diffusa presenza etnica russa, che Mosca potrebbe strumentalmente utilizzare in operazioni di guerra ibrida, comprese cause legali collegate all'esproprio e risarcimento dei terreni su cui dovranno sorgere le fortificazioni, funzionali al rallentamento del progetto.

Nel progetto BDL Riga intende investire oltre 300m USD in cinque anni, da utilizzarsi in lavori di anti-mobilità, stoccaggio di materiali, realizzazione di fortificazioni, rafforzamento della Guardia di Frontiera ed acquisizione di mezzi. A ciò si aggiungono regolari esercitazioni di prontezza operativa tra cui, particolarmente importante, la Namejs 2024 che ha coinvolto forze NATO, la difesa civile nazionale e l'intero complesso militare e paramilitare lettone, con focus su mobilitazione, infrastrutture ed operazioni di anti-mobilità ai confini con Russia e Bielorussia.



▪️LITUANIA

La Lituania si trova in una posizione simile alla Lettonia, salvo un'area di confine quasi due volte e mezzo più grande da proteggere, attraversata da ferrovie e strade e con la propria capitale, Vilnius, posta a soli 40 km dal confine bielorusso, quindi a tiro dei più moderni sistemi russi d'artiglieria. Non è dunque un caso che nel 2024 il governo di Vilnius abbia approvato un programma di difesa civile del costo di quasi 300m USD, comprendente un sistema di allarme precoce e la costruzione di nuovi rifugi per la popolazione civile.

Sotto questo punto di vista il governo lituano sembra avere preso sul serio le volgari minacce di Medvedev secondo cui "la Lituania è un paese che non esiste". Infatti, secondo dichiarazioni recenti la Lituania avrebbe intenzione di investire nel comparto difesa il 5-6% del PIL entro il 2030, di cui 1,1mld € riservati al progetto BDL, comprendenti l'accumulo di scorte di mine e sistemi anticarro, scavo di trincee anticarro, approfondimento dei canali di irrigazione a guisa di ostacoli alla mobilità, riforestazione delle aree di confine, minamento di ponti, strade  e tratti di confine con ordigni intelligenti, guerra elettronica, sorveglianza e sistemi anti-drone, nonché integrazione di tratti paludosi nel sistema anti-mobilità.

Tale progetto sarà costituto da un parte strutturale ed una parte implementare: la prima formata dalle installazioni e manufatti predisposti fin da subito, come trincee, bunker, scavi ed allestimenti di lunga durata, mentre la seconda costituita da ostacoli rimovibili, come cavalli di Frisia, denti di drago, mine ed altre istruzioni che verranno invece accantonati in 27 magazzini situati in prossimità dei punti di allestimento, pronti ad essere posizionati nell'imminenza del conflitto




6. East Shield, prolungamento polacco

Il progetto BDL è stato pensato fin dall'inizio per essere integrato nello East Shield polacco, vale a dire la linea difensiva che entro i prossimi anni coprirà l'intero confine polacco-bielorusso per una lunghezza di oltre 300 km, creando così una teoria ininterrotta di fortificazioni tra Brest e Narva, che a sua volta avrà in Finlandia il suo prolungamento almeno concettuale.
Annunciato dal governo polacco il 18/5/24, poche settimane dopo BDL ed avviato nel novembre successivo, East Shield ha lo scopo di creare una barriere continua di ostacoli fissi e mobili, del valore di 2,5mld USD in quattro anni, compresa una barriera elettronica formata da sensori, apparati radar, dispositivi anti-drone e siatemi EW, ELINT, IMINT e SIGINT interconnessi tra loro, con i satelliti e con gli F-35. Il tutto supportato da campi minati, barriere fisiche, bunker, rifugi, scavi, trincee anticarro, depositi, logistica migliorata ed ostacoli posizionabili a necessità, integrati dagli impedimenti naturali del terreno, quali paludi, canali e foreste.
L'uscita della Polonia dal Trattato di Ottawa è quindi funzionale a questo progetto.
East Shield, che dovrebbe essere completato entro il 2028, non è però solo Bielorussia: il progetto polacco prevede anche la copertura dell'intero tratto di confine con l'oblast di Kaliningrad, da Suwalki al Baltico lungo circa 205 km.


Un tratto della Tarcza Wschodnia o East Shield, in costruzione nel settore di Tolcze. Fonte: X.com/Straz_Graniczna


Un aspetto interessante dello East Shield polacco è che verrà esteso anche a sud del confine bielorusso, fino a comprendere l'intera frontiera con l'Ucraina, come dichiarato a suo tempo dall'ex-PM polacco Donald Tusk: il che apre alcuni interrogativi politico-strategici su questa scelta, che raddoppia la lunghezza del confine da proteggere amplificandone proporzionalmente i costi.

Partiamo da una certezza: non vi sono specifiche informazioni aperte sul perché il progetto East Shield sia stato esteso anche al confine ucraino; tuttavia esistono indicazioni generali sulle ragioni che potrebbero avere indotto il governo polacco a compiere questa scelta:

▪️contesto di sicurezza generale
La Polonia, come Stato membro della NATO e della UE considera i suoi confini orientali, inclusi quelli con l'Ucraina, strategicamente vulnerabili a causa della guerra in corso e delle tensioni con Russia e Bielorussia. L'estensione delle fortificazioni al confine ucraino potrebbe essere una misura preventiva per proteggersi da potenziali spillover del conflitto: come sconfinamenti accidentali di missili o droni, simili a quelli accaduti in passato (ad esempio, l'incidente di Przewodów nel 2022). 

▪️Minacce ibride e flussi migratori
La Polonia ha affrontato sfide significative al confine con la Bielorussia, come l'uso di migranti quale strumento di pressione politica da parte del regime bielorusso. Sebbene più improbabile al confine ucraino, il rischio di flussi migratori incontrollati o di attività illegali potrebbe aver spinto Varsavia a includere il confine ucraino nel programma. Alcuni episodi, come le proteste degli agricoltori polacchi nel 2024 contro l'importazione di prodotti agricoli ucraini a basso costo, hanno evidenziato tensioni al confine, probabilmente manipolate da attori ibridi interessati ad aizzare tensioni ucraino-polacche.
Oltre a ciò la scelta di estendere la barriera al confine ucraino può essere stata influenzata dall'opportunità di utilizzare le tecnologie avanzate EW, ELINT, IMINT e SIGINT integrate nella East Shield al fine di monitorare attività sospette o minacce non convenzionali quali droni o operazioni ostili di intelligence, in un'area di confine sensibile: si pensi ad esempio alla vicinanza di Rzeszòw, che dal febbraio 2022 svolge il ruolo di hub logistico per la consegna di armi e materiali all'Ucraina.
In sostanza l'aumento di attività ostili ibride registrato da Varsavia potrebbe avere influito sulla necessità di blindare l'intera frontiera orientale e non solo una parte.

▪️Ruolo strategico della Polonia
La Polonia è uno dei principali sostenitori dell'Ucraina nella guerra contro la Russia. Tuttavia, il rafforzamento del confine ucraino potrebbe riflettere una strategia di "sicurezza proattiva" per prevenire eventuali minacce derivanti da possibili sviluppi del conflitto. In altre parole Varsavia potrebbe nutrire preoccupazioni per la stabilità a lungo termine dell'Ucraina, soprattutto in caso di un'escalation o di un cambiamento nella dinamica del conflitto.
Inoltre, la Polonia si considera (ed in effetti è) il baluardo orientale della NATO e dell'UE, e fortificare il confine ucraino, rafforzando l'intero fianco orientale dell'Alleanza, potrebbe essere un modo per ribadire questo ruolo in un momento di acuta crisi.

Oltre a ciò l'estensione di East Shield al confine ucraino-polacco potrebbe essere interpretata come un'azione volta a smentire le illazioni, veicolate dalla propaganda russa, circa presunte ambizioni polacche sui territori dell'Ucraina occidentale. In tal senso la decisione di includere il confine ucraino nel programma East Shield potrebbe essere un modo da parte di Varsavia, per contrastare tali illazioni:

▪️Segnale geopolitico
Fortificare il confine con l'Ucraina, insieme a quelli con Russia e Bielorussia, sottolinea come l'obiettivo della Polonia sia esclusivamente difensivo. East Shield è progettato per prevenire minacce esterne e non per preparare un'occupazione territoriale, dove sarebbe anzi d'ostacolo. Questo approccio è quindi leggibile come un modo per dimostrare che la Polonia considera l'Ucraina un partner sovrano, non un territorio da annettere.

▪️Riaffermazione della sovranità ucraina
Rafforzando la frontiera la Polonia riconosce implicitamente l'integrità territoriale dell'Ucraina, trattando il confine come una linea di demarcazione chiara e riconosciuta. Ciò contrasta con la narrativa russa sulle presunte mire espansionistiche polacche e dimostra invece un impegno di Varsavia a proteggere i propri interessi nazionali senza interferire nella sovranità ucraina.

▪️Risposta alla propaganda russa
La Russia utilizzata la narrativa delle "ambizioni polacche" per alimentare divisioni tra Polonia e Ucraina. Fortificando il confine, la Polonia dimostra di non avere alcuna agenda espansionistica ma unicamente l'interesse verso la sicurezza regionale minacciata dall'aggressività russa.
Tutto ciò è coerente con le dichiarazioni di Tusk, che ha descritto East Shield come un "investimento per la pace" nonché una misura per scoraggiare aggressori, non per avanzare pretese territoriali.

▪️Gestione delle tensioni interne
In Polonia, alcune frange politiche o sociali alimentano malumori su un eccessivo filoucrainismo della leadership polacca a dispetto degli interessi nazionali.
Fortificare il confine potrebbe servire a placare questi malumori, dimostrando che la priorità dell'esecutivo rimane la sicurezza della Polonia anche in virtù dei notevoli costi necessari alla realizzazione di East Shield.


7. Conclusioni

L'invasione russa dell'Ucraina ha messo in moto una catena di eventi che sembra stiano finalmente cambiando la postura geopolitica della NATO nonché dei singoli paesi all'interno dell'Alleanza, sebbene con sensibilità e tempistiche diverse. Dopo decenni di totale disinteresse alla sicurezza collettiva in Europa, onda lunga dei nefasti "dividendi della Pace" degli anni '90 del secolo scorso, le priorità di molti paesi sembrano ora indirizzate al ripristino delle proprie capacità difensive: che in molti settori appaiono drammaticamente insufficienti e lacunose, soprattutto se parametrate al tasso di usura della guerra in Ucraina, oramai divenuta il paradigma attorno al quale elaborare gli scenari di domani.

Alla luce dei programmi di rafforzamento militare di cui abbiamo parlato in questo articolo e nel precedente, degli investimenti nazionali nel settore difesa e del piano di riarmo europeo ReArm Europe possiamo quindi trarre alcune conclusioni:

▪️Rafforzamento della deterrenza attiva
L'allarme suscitato dall'invasione russa dell'Ucraina, dalle attività ibride nel Baltico ed in altre parti d'Europa e le continue minacce di Mosca contro l'Occidente hanno finalmente convinto la NATO a procedere al rafforzamento del suo fianco nord-orientale dopo anni di false illusioni. In tal senso i programmi di riarmo mirano a trasformare la postura della NATO da una deterrenza per punizione, (basata sul principio passivo della dura ritorsione all'aggressione), ad una deterrenza per negazione: ovvero soffocare attivamente sul nascere un'aggressione attraverso un mix di difesa preventiva e predisposta, reattività, capacità, forze solide e numericamente significativa. In sintesi, prevenire invece che punire.
Questo si riflette nell’espansione dei battaglioni eFP a livello di brigata e nell’aumento delle capacità di risposta rapida con forze massive e non più con elementi leggeri ridotti utilizzabili solo come filo d'inciampo, come dimostrato nell’esercitazione Steadfast Defender 2024 che ha coinvolto ben 90.000 militari NATO.

Tale scenario viene perseguito dai paesi baltici e scandinavi e dalla Polonia, recentemente emersa come leader regionale in ragione di una spesa militare record del 4,7% del PIL nel 2025, proporzionalmente superiore a quella degli USA (3,7%). Gli acquisti di armamenti avanzati, dagli MBT Black Panther agli F-35 ai Patriot e l'espansione dell'esercito ad oltre 300.000 uomini sottolineano non solo il recepimento dell'esperienza ucraina, ma anche l'intenzione di Varsavia di creare la forza armata più grande d'Europa.
Gli stessi paesi baltici, nei loro numeri decisamente più ridotti, hanno imboccato la strada del rafforzamento, con acquisti di mezzi, aumento della spesa militare ed irrigidimento delle opzioni difensive fin dal primo miglio.
Tutto questo implica non solo la scelta di difendere ogni centimetro del proprio territorio ma anche un modo per ridurre la dipendenza dai rinforzi americani.
 
▪️ Risposta alle minacce ibride e protezione delle infrastrutture
Le operazioni Baltic Sentry e Baltic Air Policing rispondono a minacce ibride nelle acque e nei cieli del Baltico, in primis il danneggiamento di cavi sottomarini. Ciò ha portato ad una buona integrazione tra gli assetti navali ed aerei di una dozzina di paesi NATO in un ambiente peculiare come quello Baltico, ben diverso da quello oceanico e mediterraneo, nonché interessato da pesanti interferenze russe sia fisiche (intrusioni entro spazi altrui) sia elettroniche (jamming), in particolare alla rete civile GPS.
Tali esperienze, condivise da centinaia di equipaggi aeronavali NATO sono un aspetto dei programmi di modernizzazione avviati dalle marine militari polacca, tedesca e danese, che con l'importante apporto di quella svedese avranno come obiettivo, in caso di conflitto, la neutralizzazione della bolla A2/AD di Kaliningrad.
Anche in ambito aeronavale dunque ci avviamo verso una completa integrazione multidimensionale degli assetti operativi ad ogni livello.

▪️ Integrazione di Svezia e Finlandia nella NATO 
L'ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia è stato un clamoroso errore geopolitico  compiuto da Putin, costato alla Russia la marginalità strategica nel Baltico, che sommata a quella inflitta manu militari dall'Ucraina nel Mar Nero, ha inferto una cocente umiliazione alla Marina di Mosca. Così, mentre il fronte terrestre nel settore finno-baltico presenta vulnerabilità entro un contesto di potenziale inferiorità della NATO, quello marittimo si propone a parti invertite, con la flotta russa del baltico costretta a fare affidamento sulla sola bolla di Kaliningrad ma non più in grado di proiettare significativa potenza aldilà del proprio margine difensivo: un limite reso ancora più evidente dal possesso svedese dell'isola di Götland, che concede alla NATO il controllo della parte centrale della scacchiera del Baltico, contribuendo a  ridimensionare il ruolo di Kaliningrad.
È significativo poi il fatto che  Finlandia e Svezia partecipino ad operazioni regionali come Baltic Sentry e Baltic Air Policing, nonché ad esercitazioni NATO come Baltops 2024 (di cui ho parlato qui), che coinvolge anche lo spazio terrestre dei paesi baltici.
A tale proposito l'adesione della Finlandia se da un lato aggiunge 1.340 km di frontiera con la Russia da presidiare, dall'altro lato migliora i collegamenti con i paesi baltici ed in particolare l'Estonia, sia pure attraverso il Golfo di Finlandia, rendendo leggermente meno assillante il problema della vulnerabilità del Suwalki Gap.
In questo scenario non va poi dimenticata la cooperazione polacco-tedesca concretizzatasi nel German-Polish Action Plan del luglio 2024, che si ripropone di intensificare la cooperazione militare tra i due paesi, con un primo risultato già ottenuto in ottobre, attraverso l'apertura di un nuovo centro di Comando e Controllo navale C2 a Rostock.

Non solo NATO. Svezia e Finlandia hanno aderito anche alla Joint Expeditionary Force, una iniziativa a guida britannica che riunisce 10 paesi del nord-Europa in un partenariato militare di risposta rapida alle crisi, con sede a Northwood e disponibilità di reparti ad alta prontezza per circa 10.000 uomini. JEF può agire in ambito, NATO, UE oppure ONU e per certi versi potrebbe configurarsi come un precursore di un futuro esercito europeo. Nel gennaio 2025 la componente navale di JEF è stata schierata nel Baltico come Operazione Nordic Warden, mentre è tradizione consolidata la sua partecipazione alle esercitazioni NATO Baltops, l'ultima delle quali (BALTOPS 25) si è tenuta dal 3 al 20 giugno 2025.

Logo dell'esercitazione Baltops 25 tenutasi nel giugno 2025




I dieci paesi membri della JEF la cui componente navale JEF-M ha recentemente operato nel Baltico come Operazione Nordic Warden



▪️ Investimenti nella difesa EuroNATO
Abbiamo già accennato agli imponenti programmi di riarmo avviati dalla Polonia, che nel 2025 toccheranno il 4,7% del PIL Non si tratta di un caso isolato in quanto anche i paesi baltici si stanno muovendo lungo la stessa strada, programmando un aumento delle spese per la Difesa: Estonia al 5% del PIL dal 2026, Lettonia al 4-5% del PIL entro il 2026, Lituania 5-6% del PIL entro il 2030, Finlandia oltre il 4% entro il 2035.
Tali aumenti percentuali, che consentirebbero a questi paesi di rispettare la road map indicata al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025 ovvero spese Difesa al 5% del PIL entro il 2035, garantirebbero il buon fine del programma UE ReArm Europe annunciato il 4 marzo 2025, che prevede la spesa di 800 miliardi di euro nel settore difesa da parte dei paesi UE entro il 2030.

Questo aumento di spesa, ammesso che sopravviva alle turbolenze politiche e di bilancio che prevedibilmente colpiranno gli stati UE nei prossimi anni, riflette una doppia consapevolezza: da un lato l'abbandono, dopo due decenni, della sciagurata politica dell'appeasement con Mosca che di fatto ha creato la situazione attuale e dall'altro lato la necessità di una più ampia autonomia strategica europea rispetto agli USA, soprattutto alla luce dei chiari di luna trumpiani.
Se venisse effettivamente portata a termine ReArm Europe segnerebbe quindi un primo passo importante nell'emancipazione strategica europea, rafforzandone le capacità di risposta autonoma su scala continentale, magari attraverso strumenti già collaudati come la JRF, senza per questo rinnegare la NATO, che rimane indispensabile su scala globale.
Il riarmo ovviamente richiede equilibrio tra esigenze di sicurezza e sostenibilità economica a lungo termine e questo aspetto rischia di essere un deboosting alle buone intenzioni europee, soprattutto nei prossimi 2-3 anni, quando a guerra  in Ucraina verosimilmente conclusa, l'orso russo ripiegherà su sé stesso leccandosi le ferite e dando l'impressione di essere in letargo, ma in realtà in attesa di sferrare la prossima zampata.
A quel punto l'Europa non dovrà cadere nel tranello di Mosca bensì perseverare con le politiche ed i programmi di rafforzamento. L'Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo prezioso pagandolo col sangue e sta all'Occidente metterlo a frutto, in vista dello scontro finale che avverrà verso la fine del presente decennio o comunque entro pochi anni dopo la fine della cosiddetta "operazione speciale".


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