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venerdì 18 luglio 2025

La difesa degli stati baltici (2). La situazione attuale

 

Parte seconda: le iniziative aeronavali e di difesa statica

Parte prima qui



3. Baltic Air Policing

Un secondo apporto NATO alla sicurezza dei paesi baltici è rappresentato dalla Baltic Air Policing (BAP), una missione di sicurezza aerea multinazionale volta a garantire il pattugliamento e la difesa dei cieli di Estonia, Lettonia e Lituania, che non dispongono di una adeguata forza aerea da caccia. La missione, iniziata il 30 marzo 2004, vedevano una limitata presenza dil 4 aerei NATO a rotazione semestrale, basati all'aeroporto lituano di Šiauliai, poi passati a 8÷12 dal 2014, con coinvolgimento della base estone di Ämari e di quella lettone di Lielvarde (dal 2024), quest'ultima utilizzata prevalentemente dai Typhoon tedeschi. 

L'Italia è tra i paesi regolarmente contributori della BAP, unitamente a Spagna, Italia, Olanda, Regno Unito, Francia, Belgio, Norvegia, Danimarca, Stati Uniti, Polonia, Turchia, Romania, Portogallo, Repubblica Ceca, Canada e Ungheria, che nell'arco di oltre 20 anni di missione, hanno intercettato migliaia di velivoli, civili e militari, sorpresi a violare pee errore o per scelta, lo spazio aereo baltico: in maggioranza voli russi col trasponder spento, agganciati e poi scortati in zona di sicurezza. In alcuni casi, il comportamento dei banditi non è stato né professionale né tantomeno amichevole, bensì ascrivibile alla categoria delle provocazioni, con manovre di volo al limite del rischio da parte dei piloti russi, come documentato da questo articolo sulle provocazioni russe nell'area del Baltico: 1992-2013 e 2014-2025

Non a caso nel 2024 è anche aumentata la media delle intercettazioni scramble, tanto da indurre il comando NATO a valutare un piano di aumento delle nazioni contribuenti alla BAP e relativo incremento delle rotazioni al fine di ridurre i carichi di lavoro sui team schierati.

Allo stato attuale la missione BAP coinvolge fino fino a circa 200 uomini tra piloti, tecnici e personale di supporto, collegati a 12 velivoli, tra cui caccia avanzati come F35, Typhoon e Rafale armati tuttavia, per ragioni politiche, di soli missili da intercettazione (AMRAAM e Sidewinder) che ne precludono l'utilizzo in operazioni d'attacco.

Come nel caso della missione EFP, anche per la BAP la NATO ha in corso piani di espansione ed integrazione con altre iniziative di sicurezza in corso nell'area. In particolare è in corso di valutazione la possibilità di schierare in forma permanente sistemi di difesa aerea a lungo raggio come i Patriot, integrandoli con i caccia quale difesa da droni e missili. Dispiegamenti a rotazione di sistemi Patriot in Lituania sono già avvenute in passato, come nel caso di una batteria olandese nel luglio 2024.

Analogamente, sono in elaborazione le procedure di integrazione con il sistema AD NASAMS-3 recentemente acquisito dalla Lituania, con consegne da completarsi entro il 2028. È stata anche prevista la completa integrazione della BAP con la nuova missione NATO Baltic Sentry, inaugurata nel 2025.

Patch della Baltic Air Policing 2009, in questo caso del contingente ceco



4. Baltic Sentry

Si tratta di una nuova missione navale NATO ufficialmente lanciata il 14 gennaio 2025, durante il summit dell'Alleanza di Helsinki, in risposta a una serie di sospetti sabotaggi alle infrastrutture sottomarine nel Mar Baltico, in particolare con danneggiamento di cavi energetici e di telecomunicazione tra Finlandia ed Estonia il 25 dicembre 2024.

Pianificata inizialmente su una durata di 90 giorni, Baltic Sentry risulta tutt'ora in corso con probabilità di diventare una missione permanente, o quantomeno finché sussistono le cause che l'avevano attivata. Nel suo genere è analoga all'Operazione Nordic Warden della Joint Expeditionary Force (si veda oltre), a sua volta lanciata il 7 gennaio 2025 con giurisdizione sopra il Mare del Nord, la Manica ed il Kattegat.

Tecnicamente, Baltic Sentry è coordinata dal Comando delle Operazioni Alleate (Allied Command Operations, ACO) di Mons sotto l’autorità del Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR), Generale USA Christopher Cavoli. Il Comando Marittimo Alleato (MARCOM) di Northwood (UK) sovrintende la missione nelle sue linee generali, mentre il Comando Task Force Baltic (CTF Baltic), con sede a Rostock, in Germania, ne coordina le attività nella regione baltica.

Sebbene il focus principale della missione siano le acque di superficie e sottomarine del Baltico, Baltic Sentry è in effetti una operazione multidominio, che comprende anche le dimensioni terrestre, aeronautica, spaziale e cyberspaziale, attraverso l'utilizzo di navi, droni, satelliti, aeromobili oltre a tecnologie avanzate per il monitoraggio delle infrastrutture sottomarine.

Focalizzata sul Baltico, la missione coinvolge risorse aeronavali variabili degli otto paesi rivieraschi NATO (Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia e Svezia), ma anche di altri membri dell'Alleanza che hanno avuto occasione di prendervi parte in questi mesi con propri assetti specializzati (Francia, Paesi Bassi, UK e USA). Particolarmente importante l'apporto svedese, composto da tre navi ed un aereo pattuglia.

Basicamente le unità navali partecipanti a Baltic Sentry provengono dalle risorse nazionali degli stati rivieraschi nonché a rotazione da due principali gruppi navali NATO permanenti, vale a dire:

▪️Standing NATO Maritime Group 1 (SNMG-1). Forza di risposta rapida d'altura con sede a Northwood e giurisdizione sopra il Nord Atlantico ed il Mare del Nord. Include la fregata olandese Tromp, distaccata nel Baltico, ovvero altre navi per missioni a rotazione.

▪️Standing NATO Mine Countermeasures Group 1 (SNMCMG-1). Forza di risposta rapida per contromisure di mine, con giurisdizione sopra il Nord Atlantico ed il Mare del Nord. Include il cacciamine tedesco Datteln e la nave idrografica olandese Luymes, specializzate in guerra sottomarina e sorveglianza del fondale marino, ambedue attualmente distaccate nel Baltico.

Complessivamente Baltic Sentry dispone di una decina di assetti navali variabili, che operano in sinergia con il NMCSCUI o NATO Maritime Centre for Security of Critical Underwater Infrastructure di Northwood, UK, vale a dire una entità NATO istituita nel maggio 2024 allo scopo di monitorare e mappare anche in collaborazione con il settore privato, le migliaia di km di infrastrutture strategiche sottomarine raccogliendo dati e contrastando ogni possibile forma di sabotaggio ed aggressione, comprese le minacce ibride. Rientrano in questo ambito le manovre non ortodosse di navigazione, come il trascinamento di ancore sul fondale oppure la sosta prolungata in prossimità di cavi IT o altro, come nel caso del cargo cinese Yi Peng 3, trattenuta per oltre un mese dalle autorità danesi per sospetto danneggiamento intenzionale di cavi sottomarini nel Baltico il 17 e 18/11/24.

La protezione delle infrastrutture sottomarine è infatti la missione principale di Baltic Sentry: si pensi all'importanza dei cavi elettrici dei gasdotti ed oleodotti e delle piattaforme eoliche offshore, per non parlare della parte baltica degli oltre 1,3 milioni di chilometri di cavi sottomarini, che su scala globale trasportano il 95% del traffico internet e supportano transazioni finanziarie per circa 10 trilioni di dollari al giorno. 

Oltre a ciò Baltic Sentry contribuisce a contrastare la Flotta Ombra russa, tracciando rotte, effettuando ispezioni ed eventualmente ponendo sotto sequestro le navi sospettate di violazione delle sanzioni, come nel caso della petroliera Eagle S. di cui avevo parlato qui.

Oramai in corso da oltre sei mesi, Baltic Sentry rappresenta uno sviluppo positivo della postura NATO sulla questione sicurezza delle acque baltiche, sia in termini di assertività che di reattività: infatti, dopo i diversi incidenti avvenuti nel novembre/dicembre 2024 non sono stati più rilevati danneggiamenti alle infrastrutture subacquee da dopo l'attivazione di Baltic Sentry: il che lascia intuire una efficacia della missione in termini di deterrenza.

Tuttavia, la ridotta disponibilità di naviglio assegnato alla missione, la vastità dell'area e la complessità del lavoro rappresentano altrettanti limiti, ai quali va aggiunto il fatto di dover dipendere per una parte degli assetti, da comandi NATO fuori-area già oberati di impegni: ragione per la quale sarebbe opportuno pensare all'attivazione di un nuovo gruppo navale SNMG-3 competente sul Baltico, così da lasciare i gruppi SNMG-1 ed SNMG-2 liberi di concentrarsi su Nord Atlantico e Mediterraneo rispettivamente. Prospettive di certo impegnative, a fronte però di una posta in gioco di altissimo valore.


5. Baltic Defence Line. Dal primo miglio

Per decenni sono state considerate un retaggio obsoleto del passato, una reliquia di un modo di concepire la guerra irrimediabilmente superato dalla potenza e precisione dei mezzi moderni e dalle dottrine tattiche di impiego dei medesimi, pienamente integrati gli uni nelle altre entro una sfera multidominio tale da garantire ai comandi una completa situational awareness in tempo pressoché reale nella gestione del campo di battaglia. 

L'esperienza della guerra in Ucraina ha tuttavia dimostrato come le fortificazioni campali siano tornate ad essere un elemento chiave della strategia difensiva ucraina (ed anche di quella russa nell'estate 2023) in particolare quando integrate in un sistema tattico completo comprendente artiglieria, droni, sensori, radar, difese passive, contro-mobilità e difesa antiaerea: il tutto coordinato da un efficace sistema C5 di comando e controllo.

Quindi non più solo avamposti frangiflutti, bunker e linee di trincee facilmente saturabili da un nemico in possesso di risorse numeriche superiori, nonché aggirabili con la manovra aggressiva, ma un sistema integrato capace di frapporre ostacoli crescenti e coordinati alle percussioni dell'avversario fino a costringerlo a perdere il momentum già dal primo miglio della linea di partenza o poco oltre. In altre parole, l'idea di base è quella di ridurre al minimo le possibilità di manovra del nemico canalizzandolo e quindi colpendolo entro apposite killing zones: che tradotto significa modellare il campo di battaglia a vantaggio del difensore, evitando che sia l'attaccante a scegliere il dove e come colpire secondo il principio del "rallentare", "reindirizzare, "esporre". Non quindi un semplice ritorno all'antico come una vecchia e statica Maginot, ma un rinnovamento dell'antico in base ai canoni iperdinamici della guerra moderna.


È il principio che pare essere stato adottato da paesi baltici e Polonia nell'edificazione della cosiddetta Baltic Defence Line (BDL), vale a dire una linea difensiva a ridosso del confine russo estesa da Narva a Brest-Litovsk, che ciascuno dei quattro paesi ha intrapreso lungo il proprio confine orientale con l'intento poi dare continuità ai singoli spezzoni nazionali. Non pare un caso, quindi, che quegli stessi paesi siano usciti dal Trattato di Ottawa sulle mine antiuomo che presumibilmente diventeranno parte della linea difensiva.

Il progetto di dare vita ad una linea difensiva baltica, da Narva a Suwalki venne annunciato il 19 gennaio 2024 dopo un summit tra i ministri della difesa dei tre paesi baltici, con inizio lavori previsto per maggio 2024 in Lettonia, fine estate 2024 Lituania e giugno 2025 in Estonia, con uno sviluppo di quasi 1.000 km e 600 bunker, da raccordarsi poi con l'analoga iniziativa avviata nel maggio 2024 dalla Polonia lungo il confine con la Bielorussia: il tutto per uno sviluppo complessivo di quasi 1.400 km.

L'annuncio dell'edificazione della linea difensiva arriva in coerenza con la decisione NATO, annunciata nel 2022 ma fattivamente implementata nel 2024, di espansione a brigata dei battaglione EFP baltici, a conferma dell'urgenza e delle preoccupazioni dell'Alleanza relativamente al proprio fianco nord-orientale. Da sottolineare poi come i tre paesi baltici stiano lavorando per ridurre altre due potenziali vulnerabilità: 

▪️la prima è la disconnessione dalla rete elettrica russa e la conseguente integrazione con quella europea avvenuta l'8 febbraio 2025, che elimina i possibili ricatti energetici russi e relativi blackout che Mosca avrebbe certamente provocato in caso di conflitto.

▪️La seconda e il progressivo abbandono, sulla rete ferroviaria, dello scartamento largo russo in favore di quello ridotto europeo, che si prevede venga completato nel 2030. Un'opera di ingegneria civile denominata Rail Baltica, ma che avrà ricadute anche sulla mobilità militare, in quanto faciliterà da un lato i collegamenti con gli altri paesi NATO/UE e dall'altro renderà difficoltosi quelli diretti con Russia e Bielorussia, compreso l'utilizzo delle ferrovie durante una invasione, tra cui l'importante tratta Minsk-Riga.


▪️ESTONIA

Orograficamente l'Estonia è avvantaggiata dal possedere un confine con la Russia segnato dai laghi Peipus e Pikhva e dal fiume Narva, ovvero ostacoli naturali che complicano i piani di un invasore: in pratica sono considerati vulnerabili 210 km dei circa 270 km di confine comune. Pertanto in Estonia i lavori appaiono concentrati nell'angolo sud-orientale della paese, a sud del Peipus, con lo scavo dei primi tratti di fossato anticarro, cui seguiranno bunker, depositi ed infrastrutture, oltre ad una nuova base militare a Narva: città considerata un altro degli obiettivi prioritari di una eventuale invasione russa. Le strutture fisse è previsto vengano poi implementate da quelle posizionabili alle prime avvisaglie di un conflitto, quali campi minati, denti di drago ed altri ostacoli alla mobilità, il cui posizionamento è la parte secretata dell'intero progetto. La difesa del confine, già dal primo miglio, è pensata per essere supportata da adeguato apporto di fuoco indiretto: rientra in quest'ottica l'acquisizione da parte dell'esercito estone di sistemi Himars dagli USA.

Non direttamente parte della BDL, ma comunque collegato al rafforzamento dei confini nazionali, è il progetto della Guardia di Frontiera estone di affidare a droni armati navali il pattugliamento del fiume Narva e delle acque del Peipus: un progetto start-up a doppia valenza civile e militare, anche di risposta all'aumentata attività ed aggressività della Guardia di Frontiera FSB russa sulle sponde opposte delle medesime acque.


▪️LETTONIA

 La Lettonia condivide un confine di 387 km con Russia e Bielorussia, segnato dai numerose strade che facilitano il traffico transfrontaliero, senza caratteristiche orografiche degne di nota in grado di rallentare una eventuale invasione. Perdipiù, l'area della BDL sorge in una regione, la Letgallia, a diffusa presenza etnica russa, che Mosca potrebbe strumentalmente utilizzare in operazioni di guerra ibrida, comprese cause legali collegate all'esproprio e risarcimento dei terreni su cui dovranno sorgere le fortificazioni, funzionali al rallentamento del progetto.

Nel progetto BDL Riga intende investire oltre 300m USD in cinque anni, da utilizzarsi in lavori di anti-mobilità, stoccaggio di materiali, realizzazione di fortificazioni, rafforzamento della Guardia di Frontiera ed acquisizione di mezzi. A ciò si aggiungono regolari esercitazioni di prontezza operativa tra cui, particolarmente importante, la Namejs 2024 che ha coinvolto forze NATO, la difesa civile nazionale e l'intero complesso militare e paramilitare lettone, con focus su mobilitazione, infrastrutture ed operazioni di anti-mobilità ai confini con Russia e Bielorussia.



▪️LITUANIA

La Lituania si trova in una posizione simile alla Lettonia, salvo un'area di confine quasi due volte e mezzo più grande da proteggere, attraversata da ferrovie e strade e con la propria capitale, Vilnius, posta a soli 40 km dal confine bielorusso, quindi a tiro dei più moderni sistemi russi d'artiglieria. Non è dunque un caso che nel 2024 il governo di Vilnius abbia approvato un programma di difesa civile del costo di quasi 300m USD, comprendente un sistema di allarme precoce e la costruzione di nuovi rifugi per la popolazione civile.

Sotto questo punto di vista il governo lituano sembra avere preso sul serio le volgari minacce di Medvedev secondo cui "la Lituania è un paese che non esiste". Infatti, secondo dichiarazioni recenti la Lituania avrebbe intenzione di investire nel comparto difesa il 5-6% del PIL entro il 2030, di cui 1,1mld € riservati al progetto BDL, comprendenti l'accumulo di scorte di mine e sistemi anticarro, scavo di trincee anticarro, approfondimento dei canali di irrigazione a guisa di ostacoli alla mobilità, riforestazione delle aree di confine, minamento di ponti, strade  e tratti di confine con ordigni intelligenti, guerra elettronica, sorveglianza e sistemi anti-drone, nonché integrazione di tratti paludosi nel sistema anti-mobilità.

Tale progetto sarà costituto da un parte strutturale ed una parte implementare: la prima formata dalle installazioni e manufatti predisposti fin da subito, come trincee, bunker, scavi ed allestimenti di lunga durata, mentre la seconda costituita da ostacoli rimovibili, come cavalli di Frisia, denti di drago, mine ed altre istruzioni che verranno invece accantonati in 27 magazzini situati in prossimità dei punti di allestimento, pronti ad essere posizionati nell'imminenza del conflitto




6. East Shield, prolungamento polacco

Il progetto BDL è stato pensato fin dall'inizio per essere integrato nello East Shield polacco, vale a dire la linea difensiva che entro i prossimi anni coprirà l'intero confine polacco-bielorusso per una lunghezza di oltre 300 km, creando così una teoria ininterrotta di fortificazioni tra Brest e Narva, che a sua volta avrà in Finlandia il suo prolungamento almeno concettuale.
Annunciato dal governo polacco il 18/5/24, poche settimane dopo BDL ed avviato nel novembre successivo, East Shield ha lo scopo di creare una barriere continua di ostacoli fissi e mobili, del valore di 2,5mld USD in quattro anni, compresa una barriera elettronica formata da sensori, apparati radar, dispositivi anti-drone e siatemi EW, ELINT, IMINT e SIGINT interconnessi tra loro, con i satelliti e con gli F-35. Il tutto supportato da campi minati, barriere fisiche, bunker, rifugi, scavi, trincee anticarro, depositi, logistica migliorata ed ostacoli posizionabili a necessità, integrati dagli impedimenti naturali del terreno, quali paludi, canali e foreste.
L'uscita della Polonia dal Trattato di Ottawa è quindi funzionale a questo progetto.
East Shield, che dovrebbe essere completato entro il 2028, non è però solo Bielorussia: il progetto polacco prevede anche la copertura dell'intero tratto di confine con l'oblast di Kaliningrad, da Suwalki al Baltico lungo circa 205 km.


Un tratto della Tarcza Wschodnia o East Shield, in costruzione nel settore di Tolcze. Fonte: X.com/Straz_Graniczna


Un aspetto interessante dello East Shield polacco è che verrà esteso anche a sud del confine bielorusso, fino a comprendere l'intera frontiera con l'Ucraina, come dichiarato a suo tempo dall'ex-PM polacco Donald Tusk: il che apre alcuni interrogativi politico-strategici su questa scelta, che raddoppia la lunghezza del confine da proteggere amplificandone proporzionalmente i costi.

Partiamo da una certezza: non vi sono specifiche informazioni aperte sul perché il progetto East Shield sia stato esteso anche al confine ucraino; tuttavia esistono indicazioni generali sulle ragioni che potrebbero avere indotto il governo polacco a compiere questa scelta:

▪️contesto di sicurezza generale
La Polonia, come Stato membro della NATO e della UE considera i suoi confini orientali, inclusi quelli con l'Ucraina, strategicamente vulnerabili a causa della guerra in corso e delle tensioni con Russia e Bielorussia. L'estensione delle fortificazioni al confine ucraino potrebbe essere una misura preventiva per proteggersi da potenziali spillover del conflitto: come sconfinamenti accidentali di missili o droni, simili a quelli accaduti in passato (ad esempio, l'incidente di Przewodów nel 2022). 

▪️Minacce ibride e flussi migratori
La Polonia ha affrontato sfide significative al confine con la Bielorussia, come l'uso di migranti quale strumento di pressione politica da parte del regime bielorusso. Sebbene più improbabile al confine ucraino, il rischio di flussi migratori incontrollati o di attività illegali potrebbe aver spinto Varsavia a includere il confine ucraino nel programma. Alcuni episodi, come le proteste degli agricoltori polacchi nel 2024 contro l'importazione di prodotti agricoli ucraini a basso costo, hanno evidenziato tensioni al confine, probabilmente manipolate da attori ibridi interessati ad aizzare tensioni ucraino-polacche.
Oltre a ciò la scelta di estendere la barriera al confine ucraino può essere stata influenzata dall'opportunità di utilizzare le tecnologie avanzate EW, ELINT, IMINT e SIGINT integrate nella East Shield al fine di monitorare attività sospette o minacce non convenzionali quali droni o operazioni ostili di intelligence, in un'area di confine sensibile: si pensi ad esempio alla vicinanza di Rzeszòw, che dal febbraio 2022 svolge il ruolo di hub logistico per la consegna di armi e materiali all'Ucraina.
In sostanza l'aumento di attività ostili ibride registrato da Varsavia potrebbe avere influito sulla necessità di blindare l'intera frontiera orientale e non solo una parte.

▪️Ruolo strategico della Polonia
La Polonia è uno dei principali sostenitori dell'Ucraina nella guerra contro la Russia. Tuttavia, il rafforzamento del confine ucraino potrebbe riflettere una strategia di "sicurezza proattiva" per prevenire eventuali minacce derivanti da possibili sviluppi del conflitto. In altre parole Varsavia potrebbe nutrire preoccupazioni per la stabilità a lungo termine dell'Ucraina, soprattutto in caso di un'escalation o di un cambiamento nella dinamica del conflitto.
Inoltre, la Polonia si considera (ed in effetti è) il baluardo orientale della NATO e dell'UE, e fortificare il confine ucraino, rafforzando l'intero fianco orientale dell'Alleanza, potrebbe essere un modo per ribadire questo ruolo in un momento di acuta crisi.

Oltre a ciò l'estensione di East Shield al confine ucraino-polacco potrebbe essere interpretata come un'azione volta a smentire le illazioni, veicolate dalla propaganda russa, circa presunte ambizioni polacche sui territori dell'Ucraina occidentale. In tal senso la decisione di includere il confine ucraino nel programma East Shield potrebbe essere un modo da parte di Varsavia, per contrastare tali illazioni:

▪️Segnale geopolitico
Fortificare il confine con l'Ucraina, insieme a quelli con Russia e Bielorussia, sottolinea come l'obiettivo della Polonia sia esclusivamente difensivo. East Shield è progettato per prevenire minacce esterne e non per preparare un'occupazione territoriale, dove sarebbe anzi d'ostacolo. Questo approccio è quindi leggibile come un modo per dimostrare che la Polonia considera l'Ucraina un partner sovrano, non un territorio da annettere.

▪️Riaffermazione della sovranità ucraina
Rafforzando la frontiera la Polonia riconosce implicitamente l'integrità territoriale dell'Ucraina, trattando il confine come una linea di demarcazione chiara e riconosciuta. Ciò contrasta con la narrativa russa sulle presunte mire espansionistiche polacche e dimostra invece un impegno di Varsavia a proteggere i propri interessi nazionali senza interferire nella sovranità ucraina.

▪️Risposta alla propaganda russa
La Russia utilizzata la narrativa delle "ambizioni polacche" per alimentare divisioni tra Polonia e Ucraina. Fortificando il confine, la Polonia dimostra di non avere alcuna agenda espansionistica ma unicamente l'interesse verso la sicurezza regionale minacciata dall'aggressività russa.
Tutto ciò è coerente con le dichiarazioni di Tusk, che ha descritto East Shield come un "investimento per la pace" nonché una misura per scoraggiare aggressori, non per avanzare pretese territoriali.

▪️Gestione delle tensioni interne
In Polonia, alcune frange politiche o sociali alimentano malumori su un eccessivo filoucrainismo della leadership polacca a dispetto degli interessi nazionali.
Fortificare il confine potrebbe servire a placare questi malumori, dimostrando che la priorità dell'esecutivo rimane la sicurezza della Polonia anche in virtù dei notevoli costi necessari alla realizzazione di East Shield.


7. Conclusioni

L'invasione russa dell'Ucraina ha messo in moto una catena di eventi che sembra stiano finalmente cambiando la postura geopolitica della NATO nonché dei singoli paesi all'interno dell'Alleanza, sebbene con sensibilità e tempistiche diverse. Dopo decenni di totale disinteresse alla sicurezza collettiva in Europa, onda lunga dei nefasti "dividendi della Pace" degli anni '90 del secolo scorso, le priorità di molti paesi sembrano ora indirizzate al ripristino delle proprie capacità difensive: che in molti settori appaiono drammaticamente insufficienti e lacunose, soprattutto se parametrate al tasso di usura della guerra in Ucraina, oramai divenuta il paradigma attorno al quale elaborare gli scenari di domani.

Alla luce dei programmi di rafforzamento militare di cui abbiamo parlato in questo articolo e nel precedente, degli investimenti nazionali nel settore difesa e del piano di riarmo europeo ReArm Europe possiamo quindi trarre alcune conclusioni:

▪️Rafforzamento della deterrenza attiva
L'allarme suscitato dall'invasione russa dell'Ucraina, dalle attività ibride nel Baltico ed in altre parti d'Europa e le continue minacce di Mosca contro l'Occidente hanno finalmente convinto la NATO a procedere al rafforzamento del suo fianco nord-orientale dopo anni di false illusioni. In tal senso i programmi di riarmo mirano a trasformare la postura della NATO da una deterrenza per punizione, (basata sul principio passivo della dura ritorsione all'aggressione), ad una deterrenza per negazione: ovvero soffocare attivamente sul nascere un'aggressione attraverso un mix di difesa preventiva e predisposta, reattività, capacità, forze solide e numericamente significativa. In sintesi, prevenire invece che punire.
Questo si riflette nell’espansione dei battaglioni eFP a livello di brigata e nell’aumento delle capacità di risposta rapida con forze massive e non più con elementi leggeri ridotti utilizzabili solo come filo d'inciampo, come dimostrato nell’esercitazione Steadfast Defender 2024 che ha coinvolto ben 90.000 militari NATO.

Tale scenario viene perseguito dai paesi baltici e scandinavi e dalla Polonia, recentemente emersa come leader regionale in ragione di una spesa militare record del 4,7% del PIL nel 2025, proporzionalmente superiore a quella degli USA (3,7%). Gli acquisti di armamenti avanzati, dagli MBT Black Panther agli F-35 ai Patriot e l'espansione dell'esercito ad oltre 300.000 uomini sottolineano non solo il recepimento dell'esperienza ucraina, ma anche l'intenzione di Varsavia di creare la forza armata più grande d'Europa.
Gli stessi paesi baltici, nei loro numeri decisamente più ridotti, hanno imboccato la strada del rafforzamento, con acquisti di mezzi, aumento della spesa militare ed irrigidimento delle opzioni difensive fin dal primo miglio.
Tutto questo implica non solo la scelta di difendere ogni centimetro del proprio territorio ma anche un modo per ridurre la dipendenza dai rinforzi americani.
 
▪️ Risposta alle minacce ibride e protezione delle infrastrutture
Le operazioni Baltic Sentry e Baltic Air Policing rispondono a minacce ibride nelle acque e nei cieli del Baltico, in primis il danneggiamento di cavi sottomarini. Ciò ha portato ad una buona integrazione tra gli assetti navali ed aerei di una dozzina di paesi NATO in un ambiente peculiare come quello Baltico, ben diverso da quello oceanico e mediterraneo, nonché interessato da pesanti interferenze russe sia fisiche (intrusioni entro spazi altrui) sia elettroniche (jamming), in particolare alla rete civile GPS.
Tali esperienze, condivise da centinaia di equipaggi aeronavali NATO sono un aspetto dei programmi di modernizzazione avviati dalle marine militari polacca, tedesca e danese, che con l'importante apporto di quella svedese avranno come obiettivo, in caso di conflitto, la neutralizzazione della bolla A2/AD di Kaliningrad.
Anche in ambito aeronavale dunque ci avviamo verso una completa integrazione multidimensionale degli assetti operativi ad ogni livello.

▪️ Integrazione di Svezia e Finlandia nella NATO 
L'ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia è stato un clamoroso errore geopolitico  compiuto da Putin, costato alla Russia la marginalità strategica nel Baltico, che sommata a quella inflitta manu militari dall'Ucraina nel Mar Nero, ha inferto una cocente umiliazione alla Marina di Mosca. Così, mentre il fronte terrestre nel settore finno-baltico presenta vulnerabilità entro un contesto di potenziale inferiorità della NATO, quello marittimo si propone a parti invertite, con la flotta russa del baltico costretta a fare affidamento sulla sola bolla di Kaliningrad ma non più in grado di proiettare significativa potenza aldilà del proprio margine difensivo: un limite reso ancora più evidente dal possesso svedese dell'isola di Götland, che concede alla NATO il controllo della parte centrale della scacchiera del Baltico, contribuendo a  ridimensionare il ruolo di Kaliningrad.
È significativo poi il fatto che  Finlandia e Svezia partecipino ad operazioni regionali come Baltic Sentry e Baltic Air Policing, nonché ad esercitazioni NATO come Baltops 2024 (di cui ho parlato qui), che coinvolge anche lo spazio terrestre dei paesi baltici.
A tale proposito l'adesione della Finlandia se da un lato aggiunge 1.340 km di frontiera con la Russia da presidiare, dall'altro lato migliora i collegamenti con i paesi baltici ed in particolare l'Estonia, sia pure attraverso il Golfo di Finlandia, rendendo leggermente meno assillante il problema della vulnerabilità del Suwalki Gap.
In questo scenario non va poi dimenticata la cooperazione polacco-tedesca concretizzatasi nel German-Polish Action Plan del luglio 2024, che si ripropone di intensificare la cooperazione militare tra i due paesi, con un primo risultato già ottenuto in ottobre, attraverso l'apertura di un nuovo centro di Comando e Controllo navale C2 a Rostock.

Non solo NATO. Svezia e Finlandia hanno aderito anche alla Joint Expeditionary Force, una iniziativa a guida britannica che riunisce 10 paesi del nord-Europa in un partenariato militare di risposta rapida alle crisi, con sede a Northwood e disponibilità di reparti ad alta prontezza per circa 10.000 uomini. JEF può agire in ambito, NATO, UE oppure ONU e per certi versi potrebbe configurarsi come un precursore di un futuro esercito europeo. Nel gennaio 2025 la componente navale di JEF è stata schierata nel Baltico come Operazione Nordic Warden, mentre è tradizione consolidata la sua partecipazione alle esercitazioni NATO Baltops, l'ultima delle quali (BALTOPS 25) si è tenuta dal 3 al 20 giugno 2025.

Logo dell'esercitazione Baltops 25 tenutasi nel giugno 2025




I dieci paesi membri della JEF la cui componente navale JEF-M ha recentemente operato nel Baltico come Operazione Nordic Warden



▪️ Investimenti nella difesa EuroNATO
Abbiamo già accennato agli imponenti programmi di riarmo avviati dalla Polonia, che nel 2025 toccheranno il 4,7% del PIL Non si tratta di un caso isolato in quanto anche i paesi baltici si stanno muovendo lungo la stessa strada, programmando un aumento delle spese per la Difesa: Estonia al 5% del PIL dal 2026, Lettonia al 4-5% del PIL entro il 2026, Lituania 5-6% del PIL entro il 2030, Finlandia oltre il 4% entro il 2035.
Tali aumenti percentuali, che consentirebbero a questi paesi di rispettare la road map indicata al vertice NATO dell'Aia del giugno 2025 ovvero spese Difesa al 5% del PIL entro il 2035, garantirebbero il buon fine del programma UE ReArm Europe annunciato il 4 marzo 2025, che prevede la spesa di 800 miliardi di euro nel settore difesa da parte dei paesi UE entro il 2030.

Questo aumento di spesa, ammesso che sopravviva alle turbolenze politiche e di bilancio che prevedibilmente colpiranno gli stati UE nei prossimi anni, riflette una doppia consapevolezza: da un lato l'abbandono, dopo due decenni, della sciagurata politica dell'appeasement con Mosca che di fatto ha creato la situazione attuale e dall'altro lato la necessità di una più ampia autonomia strategica europea rispetto agli USA, soprattutto alla luce dei chiari di luna trumpiani.
Se venisse effettivamente portata a termine ReArm Europe segnerebbe quindi un primo passo importante nell'emancipazione strategica europea, rafforzandone le capacità di risposta autonoma su scala continentale, magari attraverso strumenti già collaudati come la JRF, senza per questo rinnegare la NATO, che rimane indispensabile su scala globale.
Il riarmo ovviamente richiede equilibrio tra esigenze di sicurezza e sostenibilità economica a lungo termine e questo aspetto rischia di essere un deboosting alle buone intenzioni europee, soprattutto nei prossimi 2-3 anni, quando a guerra  in Ucraina verosimilmente conclusa, l'orso russo ripiegherà su sé stesso leccandosi le ferite e dando l'impressione di essere in letargo, ma in realtà in attesa di sferrare la prossima zampata.
A quel punto l'Europa non dovrà cadere nel tranello di Mosca bensì perseverare con le politiche ed i programmi di rafforzamento. L'Ucraina ci sta facendo guadagnare tempo prezioso pagandolo col sangue e sta all'Occidente metterlo a frutto, in vista dello scontro finale che avverrà verso la fine del presente decennio o comunque entro pochi anni dopo la fine della cosiddetta "operazione speciale".


giovedì 26 giugno 2025

Articolo 5 NATO. Quale valore alla nostra sicurezza?



Negli anni della Guerra Fredda l'Articolo 5 della NATO è sempre stato considerato sacro ed in effetti lo era, in una fase storica di valori atlantisti condivisi nonché contrapposti ad una minaccia (sovietica) riconosciuta da tutti.

Pertanto, fino al 1989 l'appello all'Art.5 equivaleva di fatto ad un impegno militare diretto da parte di tutti i membri dell'Alleanza, in quanto nessuno avrebbe pensato di interpretarlo pro domo propria. La solidarietà tra alleati era una certezza, nonché la colonna portante della deterrenza occidentale nei confronti di eventuali avventurismi sovietici. E così come il MAD garantiva a Mosca la distruzione nel caso di ricorso ad armi nucleari, così l'Art.5 assicurava la discesa in campo di tutti gli alleati. Deterrenza si sommava a deterrenza ed infatti pace fu per 50 anni.

Adesso le cose sono cambiate. I valori non sono condivisi e le percezioni divergono. Potete quindi stare certi che, qualora l'Art.5 venisse invocato, qualcuno si attaccherebbe all'interpretazione letterale del testo, che certamente obbliga all'assistenza all'aggredito ma non necessariamente attraverso l'intervento militare 

Ecco il nocciolo dell'Art.5:


"Le altre nazioni membri devono fornire assistenza al membro attaccato, utilizzando le azioni che ritengono necessarie, incluse quelle militari."


Quindi, l'Articolo 5 autorizza l'utilizzo della forza militare quale mezzo di supporto, ma non lo rende obbligatorio. C che è vincolate è l'assistenza al paese aggredito, NON l'impegno militare diretto. E per assistenza si possono intendere molte cose: finanziamenti, forniture di armi, munizioni e quant'altro, supporto tecnico, intelligence, assistenza medica, protezione civile ecc ecc.

In conclusione: in caso di attacco russo ai baltici (esempio) gli USA di Trump potrebbero decidere di assolvere ai loro obblighi verso l'articolo 5 semplicemente inviando medicine, carburanti, un po' di munizioni, qualche sistema a/c, tanta bella solidarietà, pacche sulle spalle ed un sontuoso dito medio relativamente all'impiego diretto di truppe e mezzi americani.

Questo è.

Ergo sintonizziamoci sul da farsi e sul farlo in fretta: perché l'Europa ha il culo coperto solo finché l'Ucraina reggerà.


lunedì 2 giugno 2025

Nella tana dell'orso. Le basi navali russe nella penisola di Kola

 


PARTE SECONDA: LE BASI NAVALI NELLA PENISOLA DI KOLA


Nota generale

Questo studio deve intendersi come seconda parte di una serie che continuerà con l’esame delle basi e delle risorse russe lungo la costiera continentale siberiana e di cui la prima parte è già stata pubblicata  con il titolo di Passaggio a nord. La militarizzazione russa dell’Artico ed il controllo della rotta settentrionale”.


Introduzione

Nelle settimane scorse abbiamo esaminato il dispositivo militare aeronavale russo nell’Artico con focus particolare sulle isole siberiane a nord della terraferma continentale, dove di recente sono state riattivate ed ammodernate le vecchie basi sovietiche: vero e proprio antemurale geograficamente distribuito tra la penisola di Kola e lo stretto di Bering. Non a caso, in similitudine con la strategia insulare cinese tra il Mare Giallo e l’Oceano Indiano, avevamo parlato di “filo di perle”, posto in quel caso a tutela della Via della Seta e nell’Artico invece a protezione della Northern Sea Route, nelle sue varianti più o meno a ridosso del Polo.


E sempre non a caso avevamo parlato anche del concetto russo di “bastione” ossia una regione strategica ad alta sicurezza favorita da particolari condizioni geografiche ed implementata da un potente dispositivo militare multidominio, in grado se non proprio di interdire almeno di contendere lo spazio ad eventuali forze ostili che volessero violarlo.

La Penisola di Kola, fin dai tempi sovietici è uno di quei bastioni (gli altri sono il Mare di Okotskh nel Far East, Kaliningrad nel Baltico e Sebastopoli nel Mar Nero) nonché santuario quasi inviolabile degli SSBN nel Mare di Barents, protetto sul lato mare dalle basi insulari aeronavali di cui abbiamo già parlato nonché sul lato continentale da un consistente e crescente dispositivo che proveremo ora a descrivere.


1. Bastione Kola

Pare che la Penisola di Kola sia la regione più militarizzata del pianeta: primato dovuto alla sua funzione di bastione strategico, posto a protezione non solo degli SSBN che in caso di crisi raggiungerebbero le proprie zone di lancio nei mari di Barents e di Kara, ma anche per la sicurezza dei centri nevralgici russi di Mosca e San Pietroburgo che potrebbero facilmente essere minacciati da flotte di bombardieri in discesa dall’Artico.

Da qui, la necessità russa di munire la regione di Kola di tutte quelle risorse aeronavali e di difesa aerea in grado sia di garantire la sopravvivenza dei sottomarini, sia di limitare i danni alle infrastrutture essenziali del regime, causati da eventuali attacchi da N-O.

Partendo da questi presupposti parte non irrilevante dello sforzo militare russo dell’ultimo decennio è stato il rafforzamento ed ammodernamento delle vecchie basi sovietiche nella regione di Kola integrandole in un sistema a bolla A2/AD in grado se non di bloccare almeno di rendere estremamente costoso il tentativo di forzamento della bolla.

Fino al dicembre 2023, l’intero dispositivo difensivo tra Kola, la Carelia e la costa artica occidentale prospiciente il Mare di Barents, compresi i gruppi insulari della Novaja Zemlja, Terra di Francesco Giuseppe, Severnaja Zemlja ed Isole della Nuova Siberia si trovava sotto il controllo del comando Flotta del Nord che in tal senso svolgeva anche il ruolo amministrativo di Distretto Militare Settentrionale (DMS) con base a Severomorsk presso il comando della flotta e giurisdizione anche sulle unità terrestri, costiere, difesa aerea ed aeronautiche.

La giurisdizione del DMS fino al 26/2/24. Ne era esclusa la Carelia che era parte del Distretto Militare Occidentale


Dal 26/2/24 però, come risposta all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO la situazione è cambiata: il comando flotta è ritornato al suo ruolo operativo esclusivamente navale, mentre il territorio ex-DMS è passato sotto la giurisdizione del distretto militare di San Pietroburgo esteso fino al confine bielorusso, sottintendendo così una gestione unificata delle minacce che Mosca percepisce provenire da ovest. 


2. Basi, navi e scorie nucleari

Limitatamente al solo territorio ex-DMS le risorse navali di cui Mosca dispone nella regione artica occidentale compresa tra la Penisola di Kola ed il Mare Bianco sono le seguenti.


🔹Flotta del Nord

Con comando a Murmansk. Si tratta della Flotta a più elevata priorità rispetto alle altre tre non a caso inclusiva delle principali unità della Marina russa, tra cui la vecchia portaerei Kuznetsov eternamente non operativa, due incrociatori pesanti classe Kirov di cui uno solo operativo (il Pyotr Velikiy, ammiraglia della flotta), un incrociatore classe Slava (gemello del Moskva affondato in Mar Nero), tre moderne fregate classe Ushakov, tre DDG ex-sovietici classe Udaloy, nonchè due dei sette più recenti SSBN attialmente in servizio nella Marina russa: lo Yuri Dolgorukiy ed il Knjaz Vladimir, classe Borei accompagnati da due dei quattro moderni SSGN classe Yasen (Kazan e Severodvinsk) e da qualche SSN classi Oscar e Akula, in maggioranza vecchie glorie sovietiche, alcune ammodernate di recente (Orel, Smolensk, Gepard, Tigr, Vepr).

A queste unità, variabilmente efficienti, si aggiunge una pletora di unità di superficie e subacquea classificabili tra il ciarpame ed il mediocre, buone a far numero, per un totale di circa 33 navi combattenti di superficie ed altrettanti sottomarini (di ogni tipo). Dunque un complesso non trascendentale, basicamente orientato alla green water e solo sporadicamente alla blue water, afflitto da seri problemi di obsolescenza, manutenzione e corruzione che ne abbassano il ratio di operatività e capacità; il tutto condizionato dai ritardi cronici nella consegna delle unità nuove e dalla dilatata tempistica di ammodernamento di quelle più vecchie, soggetta a frequenti rinvii ed a cicli di manutenzione prolungati oltre il ragionevole.

Detto ciò, sarebbe un errore sottovalutare la Flotta del Nord, non fosse altro per la considerevole potenza di fuoco missilistica che è in grado di erogare, potenzialmente capace di infliggere pesanti danni all’avversario, soprattutto in azioni combinate coordinate con l’aeronautica ed i reparti missilistici costieri.

A ciò va poi aggiunto l’ammodernamento delle principali basi della flotta nella penisola di Kola, segnatamente quelle di Gadzhiyevo e Okolnaya, cui il regime di Putin negli ultimi anni ha dedicato notevoli risorse.

Le basi navali russe nella Penisola di Kola. Fonte AMAP (sopra)




🔹Base navale di Severomorsk

È la principale base della Flotta del Nord, nonché sede del comando flotta. Fino al febbraio 2024 è stata anche contestualmente sede del Distretto Militare Settentrionale, poi trasferito a San Pietroburgo.

Come base del comando flotta, Severomorsk ebbe il suo sviluppo dal primo dopoguerra, ereditando le funzioni di Polyarny. Secondo un rapporto CIA del 1964 declassificato nel 2006, il complesso della base navale era suddiviso in 10 aree operative vale a dire:


1) la base navale vera e propria

2) il deposito carburanti Kolskiy ovest

3) i depositi della base navale

4) l’area caserme

5) il comando sottomarini

6) il comando flotta

7) il deposito carburanti Kolskiy est

8) l’area supporto missili navali

9) il deposito missili navali

10) il deposito munizioni


Severomorsk è base dell’incrociatore da battaglia Pyotr Velikiy, classe Kirov, da 24.000t, già orgoglio della Marina sovietica nonché ammiraglia della Flotta del Nord; è stata però anche teatro di un grave incidente: l’esplosione catastrofica (200÷300 morti) dei depositi missili e munizioni avvenuta il 13-17 maggio 1984, per cause accidentali legate all’incuria.

Dal comando flotta dipende anche l’aviazione navale, di cui vi sono ben tre basi aeree nella sola regione di Severomorsk: di questi assetti ce ne occuperemo in un prossimo articolo dedicato specificatamente all’aeronautica. Relativamente ai temi navali va invece ricordata la presenza di Atomflot, vale a dire della base flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare dipendente dal Ministero dei trasporti.

Visione d’insieme di Severomorsk. I moli, i comandi e le caserme del personale sono concentrati sul lato sinistro della baia. Le munizioni e i missili ed un deposito carburanti si trovano invece sul lato destro. La freccia rossa indica il luogo dell’esplosione del 1984

In alto il Pjotr Velyki attraccato ad uno dei moli di Severomorsk. Al molo a fianco accostati ad un traghetto civile si distingue il DDG Admiral Ushakov, classe Sovremenny

Ancora una bella immagine del Pyotr Velyki

Una nave da sbarco classe Ropucha


🔹Sito di stoccaggio di Okolnaya

Con il termine Okolnaya Guba si intende una piccola baia a NE di Severomorsk nei pressi del sito teatro del grave incidente del maggio 1984.

Non a caso, fin dai primi anni ’60, Okolnaya aveva avuto il ruolo di base supporto per il rifornimento di missili nucleari e siluri agli SLBN della Flotta del Nord. Da uno dei suoi moli era infatti partita la nave civile Aleksandrovsk diretta a Cuba con un carico di quelle testate nucleari che poi avrebbero causato la celebre crisi del 1962.

Il ruolo di sito di stoccaggio venne mantenuto anche dopo l’incidente del 1984 ed anzi ampliato in tempi recenti (2014) con l’edificazione di numerosi nuovi bunker per testate nucleari e missili cruise. In particolare risulta sia stata realizzata una nuova area di stoccaggio per gli SS-N-32 Bulava, imbarcati sugli SSBN Borei. In totale entro il 2020 sono stati realizzati ben 50 bunker in calcestruzzo da circa 1.300 m² ciascuno, protetti da muri di cemento e terra e collegati da un intricato dedalo di strade e tunnel sotterranei, con capacità di stivaggio di 200 Bulava.

Vista d’insieme del sito di stoccaggio di Okolnaya: si contano 52 bunker principali, alcuni minori ed almeno un paio di ulteriori scavi. Ai piedi del nuovo sito di stoccaggio di vedono i resti di quello precedente, semidistrutto ed abbandonato (sotto)



Il nuovo terminal di carico/scarico missili nei pozzi verticali dei sottomarini


🔹Base Atomflot

Non si tratta in questo caso di un assetto della Marina ma della base di stazionamento dei rompighiaccio nucleari gestiti dal Ministero dei trasporti: quindi una risorsa formalmente civile anche se di fatto militarizzata, precedentemente nota come Base 92.

Dai primi anni ’60 Atomflot ha sede in uno spazio navale situato alla periferia N di Murmansk e dispone di una piccola flotta formata da sette rompighiaccio, vale a dire Sibir, Arktika, Ural , 50 let Pobedy, Yamal, Vaigach e Taimyr. A questi è previsto se ne aggiungano altri cinque nei prossimi anni per sostituire parte di quegli attuali, rapidamente obsolescenti.

Atomflot, che è una sussidiaria di Rosatom (ed è stata per questo sanzionata dopo l’invasione dell’Ucraina), oltre a gestire operativamente queste navi rompighiaccio, ne segue anche la manutenzione compresa quella al reattore, dismissione e defueling del combustibile nucleare. A tale proposito, Atomflot dispone di alcuni impianti di scarico, trattamento e stoccaggio a breve termine di rifiuti nucleari necessari a manipolare in sicurezza combustibili esausti ed elementi dei reattori rimossi dai rompighiaccio dismessi. Tale processo, che fino al 2022 veniva portato avanti con contributi internazionali, appare ora bloccato e non si sa quando e come potrà essere ripreso.

Veduta d’insieme della base di Atomflot in cui compaiono quattro dei sette rompighiaccio nucleari di cui dispone la flotta


🔹Cantiere navale n.35 Sevmorput

Non dipende dal comando Flotta del Nord ma direttamente dal MoD ed in tale funzione dagli anni ’60 in poi ha provveduto alle riparazioni di sottomarini nucleari di prima generazione ed al rifornimento di combustibili per i successivi: attività sospesa nel 1991 per l’eccessivo rischio di contaminazione radioattiva della città di Murmansk. Il cantiere si trova infatti adiacente la base Atomflot ed a ridosso del centro abitato e nel 1993 fu oltretutto oggetto di furto di 4,5kg di uranio arricchito dagli stock carburante nucleare custoditi nel cantiere: ragione per cui furono anch’essi tolti dalla giurisdizione di Sevmorput e spostati altrove. Attualmente il cantiere ha in carico le interminabili riparazioni della portaerei Kuznetsov, sul cui termine non vi sono previsioni realistiche.

La portaerei Kuznetsov, vecchio rottame d’epoca sovietica attraccata al molo di Sevmorput per lavori di ripristino e ricondizionamento di cui non si intravede la fine


🔹Base navale di Polyarny

È stata resa celebre nella epica scena iniziale del film Caccia a Ottobre Rosso. Si trova 30 km a N di Murmansk all’interno del fiordo del Tuloma, ben protetta da promontori ed insenature, che la tengono isolata dal mare aperto, ovvero il golfo di Kolskiy sul Mare di Barents.

Secondo un documento CIA del 1964 declassificato nel 2017, la base è suddivisa in 16 aree operative, basicamente ripartite su due baie: quella orientale di Jekaterinskaya dove attraccavano i sottomarini convenzionali e quella occidentale di Pala riservata invece a quelli nucleari, in particolare delle classi Delta e Yankee.

Attualmente, Polyarny è base della 4ª flottiglia sottomarini, composta da quattro battelli diesel-elettrici classe Kilo, entrati in servizio tra il 1987 ed il 1989.

Oltre a quella sottomarina è presente anche una base navale che ospita un paio di squadroni di corvette missilistiche ed ASW (probabilmente classi Nanuchka e Grisha).

Polyarny dispone di un cantiere navale (nr. 10 Shkval) nella baia di Pala, dotato di due bacini, dagli anni ’90 in poi riservati perlopiù al disarmo dei sottomarini nucleari in dismissione con relativo svuotamento e maneggio degli impianti nucleari. Nel 1994 a Polyarny venne rimorchiato il K-192, che nel 1989 aveva subito la parziale fusione del reattore con fuoriuscita di liquido refrigerante altamente contaminato.

Veduta d’insieme della base di Polyarny. Sotto, alcune unità di superficie attraccate a Jekaterinskaya



🔹Base navale di Gadzhiyevo Guba

Nota anche come Yagelnaya si trova presso l’imboccatura occidentale del fiordo di Murmansk, prospiciente il Mare di Barents. È attualmente il cuore della Flotta sottomarina strategica russa in quanto base del comando 12° squadrone sottomarini strutturato su due divisioni (31ª SSBN e 24ª SSN), i cui approdi si trovano presso la baia di Skalisty-Yagelnaya, relativamente agli SSBN classe Delta IV (5 vecchi battelli in parte rimodernati), ai nuovi SSBN classe Borei (due battelli moderni), nonché agli SSN classe Akula (6 battelli anziani in varie condizioni operative). Gadzhiyevo dispone di una dozzina di moli.

La baia di Yagelnaya con gli approdi degli SSBN. Zoomando l’immagine se ne notano due: un Delta IV ed un Borei (sotto)


La baia di Yagelnaya come appariva nel 1966 ripresa da un ricognitore USA. Confrontandola con la foto in alto si notano alcuni riempimenti e miglioramenti delle infrastrutture. Il rapporto CIA da cui è tratta la foto, informa che gli approdi 1 e 2 erano occupati da SSBN classi Hotel I e Hotel II


In tempi recenti, tra il 2017 ed il 2018 Gadzhiyevo è stata sottoposta a notevoli lavori di ampliamento e miglioramento, in particolare per quanto riguarda l’edificazione di nuovi bunker di stoccaggio per le testate nucleari degli SLBM di circa 1000 m² ciascuno. In pratica una intera collina sovrastante la baia è stata sbancata per fare spazio ad una complicata rete di strutture in calcestruzzo, bunker sotterranei e relative strade di accesso, ben visibili nelle immagini sottostanti.

Visione d’insieme del nuovo sito di stoccaggio testate nucleari di Gadzhiyevo. Le frecce gialle indicano tre dei bunker, zoomati e visibili in dettaglio nell’immagine qui sotto

Gli stessi tre bunker della foto precedente, zoomati e bidimensionalizzati. In totale si contano almeno 10 bunker di stoccaggio ed alcuni minori. Sotto, un altro settore dello stesso complesso


Visione d’insieme dell’intera area militare di Gadzhiyevo


🔹Approdo di Sayda

A circa 4 km a sud-ovest di Gadzhiyevo si trova la baia di Sayda che ospita un sito open-air di stoccaggio a lungo termine dei comparti reattori nucleari dei sottomarini ex-sovietici dismessi e demoliti a partire dai primi anni ’90. Tale sito era stato costruito a suo tempo (2004) con partnership e finanziamenti tedeschi pari a 700mln/€ ed ha visto l’allestimento di contenitori cilindrici a tenuta radiazioni garantiti per 70 anni.

Oltre al sito di stoccaggio, Sayda avrebbe dovuto ospitare un centro di trattamento e smaltimento rifiuti nucleari che però non è stato realizzato e non è affatto certo lo sarà in futuro.

Circa 3 km a N dell’approdo, di fronte a Gadzhiyevo, si trova poi una piccola baia protetta all’interno della quale è stato allestito un delfinario militare; questa struttura dovrebbe dipendere dall’Istituto Biologia Marina di Murmansk, mentre i centri addestrativi per i beluga di Olenya e Goryachiye Ruchi sarebbero gestiti dal GUGI (si veda oltre).

Veduta del sito di stoccaggio della baia di Sayda. Zoomando si contano 109 contenitori cilindrici (sotto) oltre ad una decina di quelle che dovrebbero essere sezioni di sottomarini smantellati (freccia rossa sopra)



Il delfinario militare di Sayda. l’Istituto di biologia marina di Murmansk opera in collaborazione con la marina russa. Il tentativo di addestrare foche e beluga per scopi militari prosegue dai tempi sovietici, pare senza grossi risultati



🔹Base navale di Olenya Guba

Collocata a circa 4 km a NO di Polyarny Olenya guba ospita il 29° squadrone sottomarini speciale gestito dal GUGI ossia dal Direttorato Ricerche Profondità Marine dipendente direttamente dal MoD. Si occupa dello studio della navigazione e dei materiali ad alte profondità comprese tecniche di sabotaggio a cavi sottomarini e gasdotti, medicina di profondità ed utilizzo di mammiferi marini per scopi militari.

Lo squadrone dispone di nove sottomarini speciali, alcuni dei quali nucleari e ibridi (convenzionali/nucleari) e di alcune navi di superficie, tra cui lo Yantar in grado di rilasciare minisommergibili, le cui attività si sono intensificate circa dal 2017/18, in particolare in quelle tratte di fondale attraversate dai cavi sottomarini in Nord Atlantico, Mare di Norvegia e Mare del Nord.

Due delle principali risorse a disposizione del GUGI sono i sottomarini classi Delta III Podmoskovyie e Delta IV Orenburg: si tratta di ex SSBN modificati con la rimozione del comparto missili e la loro sostituzione con apparecchiature scientifiche. Ambedue i battelli possono trasportare minisommergibili e posare sul fondale dispositivi di ascolto o generatori di rumore.

Da notare come, in tempi recenti (giugno 2023) all’imboccatura della baia di Olenya sia stata dispiegata una rete antisom, frutto evidentemente dell’esperienza derivata dalle batoste subite nel Mar Nero.

Dal GUGI dipende poi il centro ricerche di Goryachiye Ruchi situato a circa 4 km a SE di Polyarny, in una piccola baia sulla sponda occidentale del fiordo di Murmansk: particolarità di questo centro è la sperimentazione militare sui mammiferi marini beluga addestrati a vari ruoli, tra cui il trasporto di telecamere GoPro. Oltre che a Goryachiye, recinti per beluga e delfini si trovano anche a Olenya ed a Sayda.

Olenya Guba è sede infine degli importanti cantieri navali nr. 85 Nerpa, collocati in una baia laterale appena a sud della base navale. Dopo quelli di Sevmash e Zvezdochka di Severodvinsk, i Nerpa sono i cantieri preposti alla demolizione di naviglio nucleare e convenzionale, con uno score di 40 sottomarini smantellati tra il 1994 ed il 2009 tra cui diversi SSBN Delta I e Delta II. Oltre a ciò a Nerpa è stata smantellata dopo 10 anni di lavori conclusi nel novembre 2023, la famigerata Lepse, la nave trasporto carburante nucleare, che per decenni aveva rifornito di barre di uranio i sottomarini sovietici in alto mare, divenendo una sorta di cimitero atomico galleggiante. Lo smantellamento è avvenuto tramite i fondi europei della BERS. Durante gli anni sovietici Nerpa era appoggiata dalla città chiusa di Snezhnogorsk, nota come Murmansk-60 costruita per dare alloggio al personale della base.

Anche in questo caso, come vedremo per Severodvinsk, lo stoccaggio dei materiali nucleari recuperati dai reattori dismessi avviene a bordo di una delle due navi-officina classe classe Malina.



Veduta d’insieme della base di Olenya. La doppia struttura bianca alla testata del molo è un approdo coperto per l’attracco non osservabile di minisommergibili. Alla sua sinistra, zoomando l’immagine si distingue l’ex SSBN Podmoskovyie (sotto)





Il centro di Goryachiye Ruchi. Quegli ottagoni che si intravedono sull’acqua sono i recinti per i beluga, due dei quali sono visibili zoomando l’immagine (sotto). Le altre strutture flottanti dovrebbero invece essere recinti per foche o simili





🔹Base navale di Vidyayevo

Con il nome Vidyayevo si intende una entità amministrativa chiusa (ZATO) di circa 20k abitanti affacciata sulla baia di Ura, 22 km ad O di Gadzhiyevo e 40 a N-NO di Murmansk, dalla quale dipendono le due basi navali vere e proprie: quella della Baia di Ura e quella della Baia di Ara, fisicamente separate tra loro da un istmo largo circa 7 km.
Secondo un rapporto declassificato CIA del 1964, l’approdo di Ura Guba sul golfo omonimo disponeva di otto moli sei dei quali tutt’ora esistenti ed era utilizzato per l’attracco ed il supporto di sottomarini. Attualmente Ura appare piuttosto declassata, con moli e pontili ammalorati ed in cattive condizioni.
Relativamente migliori le condizioni dell’approdo di Ara Guba, che rivela la presenza di quattro moli, intensamente utilizzati tra gli anni ’80-90 da numerosi SSN classi Echo II e Charlie II, poi smantellati ed i cui reattori completi di combustibile, circa una trentina, nonché parte di materiali e liquidi contaminati si troverebbero ancora stoccati in tre tunnel sotterranei originariamente intesi come rifugi per i sottomarini ma mai completati. Non si conoscono le condizioni di stabilità e sicurezza di quei reattori, di cui era previsto il trasferimento in un sito apposito di stoccaggio a lungo termine (80÷100 anni), mai realizzato. Il 28 giugno 1989 la baia di Ara Guba fu contaminata da un incidente al sottomarino nucleare K-192 classe Echo II, di rientro da crociera e dal quale erano fuoriuscirono liquidi radioattivi. Rattoppato alla meglio, il K-192 venne trattenuto ad Ara fino al 1994, quando fu rimorchiato a Polyarny per lo smantellamento.
Attualmente, Ara Guba risulta la base della 7ª divisione sottomarini, formata da quattro vecchi SSN classi Sierra II e Victor III, varati nei primi anni ’90. In precedenza , tra i sottomarini di stanza nella base vi sarebbe stato il Kursk.

Attiva dai primi anni ’60 è stata sede di reparti sottomarini diesel-elettrici e quindi a propulsione nucleare dal 1979 circa.

Visione d’insieme della base di Ara Guba. Attraccati ai due moli centrali è possibile distinguere, zoomando, quattro sottomarini: possibilmente un classe Victor III e tre classe Sierra II



🔹Base navale di Litsa Guba

Collocata sul fondo del fiordo della Litsa a 65 km dal confine norvegese, ha avuto il suo momento di gloria all’inizio degli anni ’80 con l’arrivo alla base, mano a mano che entravano in servizio, dei celebri sottomarini classe Typhoon: forse non il game changer raccontato dalla propaganda del Cremlino e paventato dai media occidentali, ma di certo la realizzazione più avanzata della cantieristica sovietica.
Situata sul lato occidentale del fiordo della Litsa, circa 18 km a NO di Ara Guba ed a 60 km ad E della frontiera norvegese, la base comunica col Mare di Barents attraverso il Golfo di Motovskiy, accessibile solo dopo il superamento di diverse insenature e strettoie che rendono la base virtualmente inattaccabile dal mare.
Secondo un rapporto CIA, declassificato nel 2023, Litsa Guba è strutturata su tre approdi sottomarini: nord (NB) nota anche come Malaya Lopatka, sud (SB) nota anche come Bolshaya Lopatka e sud-ovest (SWB) nota anche come Nerpichya, nonché su un complesso di tunnel scavati nella montagna. Altresì, sulla riva occidentale del fiordo, proprio di fronte alla SB si trova il sito di stoccaggio materiali nucleari dismessi della baia di Andreeva.
Operativa fin dai primi anni ’60 Litsa Guba è stata di volta in volta la home base dei più recenti sottomarini sovietici, solitamente concentrati nella SB ovvero a Nerpichya nel caso dei Typhoon: status che mantiene tutt’ora essendovi stati collocati i due nuovi SSGN classe Yasen, che con i tre datati classe Oscar II, formano l’11ª squadrone sottomarini con comando nella vicina Zaozersk che ai tempi della Guerra Fredda era una delle tante citta-codice nota come Murmansk-150 e nata attorno agli equipaggi dei sottomarini ed alle loro famiglie.

I tre approdi (N, S, SW) che formano la base di Litsa Guba. Protetta da un dedalo di insenature e strettoie ed inattaccabile dal mare, Litsa Guba era stata scelta non a caso come base dei Typhoon

Veduta d’insieme della Base Sud (SB). Zoomando l’immagine è possibile distinguere attraccati al terzo molo dall’alto due SSGN classe Oscar II (sotto)




🔹Sito di stoccaggio di Andreeva

Fa parte dell’area militare di Litsa Guba, ma rappresenta una realtà a sé in quanto è stato tra gli anni ’50 ed il 1982 il principale centro di stoccaggio per combustibili nucleari esausti della Flotta del Nord. Secondo un rapporto del 1997, ben 21.000 elementi di combustibile esaurito provenienti da un centinaio di reattori di sottomarini dismessi, per ben 6t di Uranio-365, si trovavano ad Andreeva, in parte collocati singolarmente in sarcofaghi di calcestruzzo sigillati in tre serbatoi di cemento in pessime condizioni, già gravemente incidentati ad inizio anni ’80 e soggetti a perdite di liquidi contaminati, ed in parte in stoccati in decine di container ammassati nel piazzale in piena esposizione al clima estremo della regione.
Finalmente, dopo anni di incuria ed abbandono ed anche grazie alle pressioni internazionali (ed ai finanziamenti norvegesi e UE), nel 2017 venne iniziata la rimozione dei primi elementi radioattivi con trasferimento a Mayak in Siberia, presso un centro smaltimento scorie nucleari. Entro il 2021 poté quindi essere rimossa circa metà dei contenitori di scorie.
Per via dell’enorme complessità nell’estrazione dei cilindri di combustibile dai loro sarcofaghi di calcestruzzo, il fine lavori era stato previsto nel 2025-26, poi posticipato al 2030. Non è chiaro tuttavia, con la guerra in corso in Ucraina, quale sia lo stato attuale del progetto vista la componente occidentale di tecnologia e finanziamenti che richiedeva per essere portato a termine. Quello che appare certo è che dal 2022 il programma di smaltimento si è di fatto bloccato.
Da notare come una tratta del trasferimento a Mayak dei materiali rimossi da Andreeva avvenga con la nave speciale attrezzata Rossita, finanziata dal governo italiano e costruita da Fincantieri al Muggiano nel 2011.

Il sito parzialmente bonificato di Andreeva, come appare attualmente. Lo si confronti con il mappale qui sotto

1 e 2, piscine in calcestruzzo nel loro nuovo sarcofago; 3 e 4 bunker in calcestruzzo per rifiuti solidi; 5 area di stoccaggio open air; 6 area di stoccaggio per containers; 7 bunker in calcestruzzo ammalorati per rifiuti ad alta radioattività; 8 bunker in calcestruzzo per rifiuti ad alta attività; 9 bunker in calcestruzzo in precarie condizioni per rifiuti liquidi altamente radioattivi



🔹Base navale di Gremikha

Parlare di Gremikha significa riferirsi ad una città-fantasma: si tratta infatti della base navale collegata alla cerchia urbana di Ostrovnoy cittadina di 2.000 abitanti nota ai tempi sovietici come Murmansk-140: vale a dire una delle numerose città-codice sovietiche formalmente inesistenti, realizzate come supporto abitativo ad un’area di interesse militare o scientifico-industriale. Nel caso di Gremikha, un sito di rimessaggio e manutenzione sottomarini nucleari affacciato sul Mare di Barents quasi all’estremità orientale della Penisola di Kola, circa 280 km ad E di Murmansk.
Ad un esame superficiale visuale, Gremikha appare in uno stato di totale abbandono con parte dei moli ridotti a mozziconi e l’intero settore orientale della cittadina demolito ed in macerie. Attraccati ai numerosi moli che ancora sopravvivono si intravedono relitti di sottomarini semi-affondati, così come navi rovesciate a pelo d’acqua; non esistono collegamenti tranne un’unica strada che si inoltra nella tundra rocciosa della Kola orientale, apparentemente perdendosi nel nulla. È visibile una piazzola per elicotteri decisamente ammalorata. Vi è quasi totale assenza di veicoli e solo un gruppo centrale di edifici appare ancora in condizioni abitabili. Spiccano i resti di un piccolo scalo aereo con pista in cemento mentre ad E delle ultime propaggini di Ostrovnoy appaiono due cupole bianche di quello che dovrebbe essere un nuovo complesso radar Rezonas-N recentemente impiantato (2017-2021) anche in altre quattro località dell’Artico (Shoine, Indiga, Novaja Zemlja e Zapoljarnoye). Tra i mezzi militari parcheggiatj attorno ai due radome, si vedono diverse sezioni di sottomarini dismessi.
La dismissione dei sottomarini nucleari è stato l’ultimo ruolo di Gremikha, dopo aver servito come base operativa per i classe Yankee negli anni ’70 nonché come base di rifornimento e raddobbo per i classe Alfa negli anni ’80. Nel 2001 la stessa base di Gremikha venne trasferita dalla giurisdizione del MoD a quella del Minatom, ovvero il Ministero per l’energia atomica, passando così da base militare a cimitero nucleare.
Secondo la Fondazione Bellona, nel 2003 a Gremikha erano stoccati 800 contenitori per un totale di 1,4t di scorie radioattive assieme ai nuclei di sei reattori a metallo liquido degli SLBN classe Alfa.
Già all’epoca Gremikha non era più considerata come base operativa ma unicamente come cimitero per i sottomarini in disarmo della Flotta del Nord, 17 dei quali in smantellamento di cui 6-7 attraccati ai moli, con i reattori ancora carichi di combustibile nucleare.
Non è chiaro quale sia attualmente il livello di contaminazione pericolosità di Gremikha. Negli anni scorsi, grazie a capitali occidentali era stato possibile rimuovere 116 contenitori di scorie e fino al 2022 l’opera complessiva di bonifica appariva a buon punto. Dopodiché l’invasione russa dell’Ucraina ha di fatto decretato la sospensione del programma sine die.

Veduta d’insieme di Gremikha. A parte un nucleo centrale apparentemente abitabile il resto della città sembra in stato di abbandono

I due radome del sistema Rezonas-N. Sulla sx si vedono quelle che dovrebbero essere sezioni di sottomarini smantellati



🔹Base navale di Severodvinsk

Con Severodvinsk usciamo geograficamente dalla penisola di Kola ma rimaniamo comunque sul Mar Bianco, che con il Mare di Barents ed il Mare di Kara completa il bastione strategico settentrionale russo.
In realtà, più che come base navale (che pure possiede) Severodvinsk è nota, oltre che per essere una città-chiusa fin dalla sua fondazione nel 1935, anche come casa-madre della flotta sottomarina per via della presenza dell’unico cantiere in Russia capace di costruire battelli a propulsione nucleare, vale a dire il Sevmasch che occupa 30.000 dipendenti, su cui di fatto si regge l’intera economia di Severodvinsk.

Dopo avere costruito tutti i battelli di ultima generazione tra cui gli Oscar ed i giganteschi Typhoon, adesso Sevmasch è impegnato nella produzione delle classi Yasen e Borey. Oltre a ciò nel 2016 Sevmash avrebbe completato i lavori sul Podmoskovyie, un vecchio classe Delta IV, deprivato del comparto SLBN e riadattato a sottomarino-spia in carico al GUGI di cui abbiamo parlato trattando della base di Olenya.
A parte Sevmash vi è in città un secondo cantiere specializzato nella riparazione, revisione e smantellamento dei sottomarini: gli Zvezdochka, che assieme ai Sevmash occupano uno spazio di 15 km² tra officine, bacini, moli, cantieri.e magazzini. In particolare gli Zvezdochka hanno provveduto allo smantellamento di buona parte del classi Yankee e Delta I, mentre Sevmash quello degli Alfa il cui reattore a metallo liquido richiede particolari precauzioni.

Uno dei grossi problemi di Severodvinsk è la capacità di stoccaggio delle scorie radioattive scaricate dai reattori dismessi: collocate a bordo di una nave officina classe Malina, che periodicamente fa la spola con l’impianto di trattamento di Mayak.

Da sottolineare come, ancorato ad uno dei moli vi sia l’incrociatore nucleare gemello del Pyotr Velikiy, il classe Kirov Admiral Ushakov, sottoposto da un decennio ad un interminabile ammodernamento il cui termine viene continuamente posticipato.


Notevole immagine dell’Admiral Ushakov, da 10 anni ai lavori di ammodernamento. Al suo fianco uno dei Typhoon decommissionati ed il cui destino finale non è ancora stato deciso

Altri due Typhoon ancorati ad uno dei moli di Severodvinsk. Notare l’imponente batteria dei pozzi di lancio aperti per missili nucleari. La potenza di questi giganteschi battelli d’epoca sovietica era enorme e concepita per un first strike nucleare. Dei sei costruiti, tre sono già stati demoliti e gli altri in attesa di esserlo.



Fine parte prima. La parte seconda sarà dedicata alle basi aeree.